Viaggio a Fès, arabesco di colori e sospiri millenari

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12/04/2021

Nel Marocco settentrionale, la città di Fès mi ha sedotta e travolta con il turbinio di colori, voci e stati d’animo della sua medina. Tra mercati ombreggiati e palazzi sontuosi, botteghe artigiane e luoghi sacri, la vita a Fès scorre spigolosa, abbraccia tradizioni millenarie, alterna con candore eleganza e miseria. Il nostro viaggio a Fès sta per iniziare, siete pronti?

Uno sguardo sulla città

200 Km a sud della città blu, Chefchaouen, paradiso per gli occhi, le tinte calde di Fès mi riportano in terra.

Arrivati ai margini della città, la osservo dall’alto del forte Borj Sud. Si srotola ai nostri piedi come un gigantesco puzzle di tessere ocra ai piedi di dolci pendii ocra, sotto un cielo velato di ocra. Un quadro a tinte spente eppure brulicante di vita.

Gli edifici dai tetti piani sono addossati l’uno all’altro, qua e là si innalzano solidi minareti e spiccano come gemme in un deserto le piramidi smeraldo che identificano le costruzioni sacre.

Fès è una delle quattro “città imperiali” del Marocco, così chiamate perché scelte nel corso dei secoli come capitali e residenze dalle dinastie regnanti degli arabi che ne ingentilirono e arricchirono l’architettura urbana. Fondata nell’VIII secolo, Fès è più antica dell’attuale capitale marocchina Rabat, della caotica Marrakech e della sfuggente Meknes. Il suo centro storico è riconosciuto Patrimonio mondiale dall’UNESCO.

Le Mille e una notte

Dal forte Borj Sud scendiamo in auto verso il cuore della città. Facciamo sosta nella “nuova medina” detta Fès-el-Jdid, sorta nel Duecento, qualche secolo più tardi rispetto al nucleo cittadino originario, Fès-el-Bali.

È prima mattina quando arriviamo nei pressi di una piazza semideserta al cospetto del palazzo reale, protetto da mura così alte da non poterne scorgere neppure il profilo. Ma uno sguardo ai suoi portoni d’ingresso mi basta per intuire le meraviglie custodite all’interno: sette portoni da Mille e una notte, l’uno di fianco all’altro.

Mi avvicino a quello centrale, il più imponente. Mi rapiscono i ricami in ottone che spandono una ragnatela di bagliori dorati sulle doppie ante. Alzo gli occhi per seguire i contorni dell’arco a ferro di cavallo, in perfetto stile moresco, che chiude in alto il portone. Lo incorniciano fini intagli in legno di cedro e raffinate ceramiche che creano motivi geometrici nei toni dominanti del blu e del verde.

Siamo forse all’imbocco del paradiso? Chissà se oltre quel varco si aprono cortili ariosi, arabeschi, fontane gorgoglianti, maioliche colorate, oasi di piante alte e vigorose. Non ho modo di scoprirlo: la residenza reale non è aperta al pubblico.

I primi sbuffi d’aria calda della giornata mi distolgono dalla contemplazione. Per fortuna abbiamo anticipato la calca dei bus turistici che di lì a poco arrivano a viziare l’atmosfera.

Il quartiere ebraico

Lasciamo la piazza e ci addentriamo nella vicina Mellah, il quartiere interno a Fès-el-Jdid in cui ha vissuto per secoli la comunità ebraica di Fès.

Passeggiando lungo Rue Bou Ksissat fino a Bab Semmarine, una delle porte di ingresso alla nuova medina, mi immergo nell’aura decadente di un quartiere che ha conosciuto tempi migliori.

Gli edifici bassi sonnecchiano mezzo scrostati, uno attaccato all’altro. Al piano strada, dove ozia qualche auto ammaccata, si susseguono saracinesche abbassate; interrompe la serie di ruggine una bottega che espone datteri e frutta secca sul marciapiede.

Al primo piano balconi e finestre si affacciano in fila sulla via: intarsi in legno scuro e polveroso, balaustre in ferro, qualche panno steso, echi di sguardi sul mondo e di vita vissuta. È così che la Mellah ebraica segna la sua distanza dalla cultura marocchina e dalla sua architettura tradizionale, che all’esterno non rivela nulla delle sue case riservando l’affaccio di finestre e balconi ai cortili interni, al riparo da sguardi indiscreti.

Passeggiando nel quartiere non mi tolgo di dosso la sensazione di desolazione. Non vedo nessuno affacciarsi alle finestre, nessuno seduto sui balconi. Pochi sfidano il silenzio scendendo in strada, come se il caos della città non osasse intrufolarsi in queste vie sommesse, abbandonate al tempo che fu.

L’antica medina

L’atmosfera cambia radicalmente nell’antica medina, Fès-el-Bali, risalente all’VIII secolo. Un labirinto di vie disordinato e chiassoso. Vivo e incantatore.

Ci entriamo attraversando la porta di ingresso più celebre della città, Bab Boujloud. Realizzata nei primi anni del Novecento, è composta da tre grandi archi a ferro di cavallo contornati da piastrelle blu sul lato esterno alla medina, verdi sul lato interno.

Varcata la porta ci mescoliamo al via vai di veli e vesti lunghe fino ai piedi. Chiacchiere animate fra banchetti sgangherati, piccoli spazi ritagliati all’ombra di tende sbiadite dal sole.

Inutile cercare i nomi delle vie, inutile muoversi con cartina alla mano: “È impossibile orientarsi a Fès” sentenzia la nostra guida, Mohammed, un uomo di mezz’età vestito all’occidentale con lo sguardo sereno dietro un paio di occhiali usurati. Persino i locali possono smarrire la bussola nel groviglio di bazar, vicoli e piazze.

Non ci resta che seguire Mohammed tra fontane piastrellate di blu, verde e ocra, bancarelle di dolci alla mercé delle mosche, pelli appese, teste di mucca e pecore esposte con noncuranza. Scene aspre e veraci non dissimili da certe incontrate nella medina di Marrakech, con il vantaggio che Fès-el-Bali è un enorme centro pedonale, libero dai gas di scarico di motorini e auto.

Non manca il sacro a purificare le vie: qui l’ingresso di una moschea, là quello di una scuola coranica. Ed eccoci dinanzi al mausoleo di Moulay Idriss II, dedicato ad un santo molto venerato che fu re del Marocco nel IX secolo. Meta di pellegrinaggio per i musulmani, è inaccessibile per noi cristiani ma dalle porte aperte sbircio fra gli archi intagliati la ricchezza di un santuario che custodisce le speranze di chi va in cerca di una benedizione.

Tra suk e artigiani all’opera

L’aria si rinfresca sotto le tende improvvisate, le tettoie e i pergolati in legno che oscurano i vicoli, rendendo i suk della medina veri e propri mercati coperti. Si snodano lungo le vie come serpenti, assottigliando il passaggio, obbligando alla sosta. Il pane su un banco, la carne di pollo su un altro, le mezzene appese, le ceste ricolme di olive, verdura fresca, fichi d’India, uva, banane.

Poi le botteghe artigiane: i mosaici e il vasellame in ceramica, vera chicca di Fès, la pelletteria, gli immancabili tappeti, le lanterne in rame, i quadri. E loro, i produttori all’opera.

“È una pubblica attività, è un fare che esibisce se stesso insieme all’oggetto finito. In una società che tiene nascosto così tanto di sé, che agli stranieri cela gelosamente l’interno delle sue case, la figura e il volto delle sue donne e perfino i suoi templi, questa intensa ostentazione del produrre e del vendere è doppiamente affascinante” (Elias Canetti, Le voci di Marrakech).

Un aggiustatutto se ne sta, testa china, in uno stanzino aperto sulla via, sommerso da vecchi ventilatori e televisori, mentre poco più in là c’è chi fa la fila per cuocere il pane al forno pubblico.

C’è chi ci oltrepassa a passo svelto, chi discute nel patio interno di un palazzo luccicante di mosaici dei colori del cielo e della terra e chi si ferma per entrare in uno dei tanti hammam, luoghi imprescindibili di ritrovo alla stregua dei nostri bar. Mohammed ci va ogni settimana con suo figlio, un’occasione per rilassarsi insieme e confrontarsi sui fatti del giorno, politica e calcio in testa. Tutto il mondo è paese.

Il quartiere delle concerie

Passeggiando a Fès-el-Bali incontriamo qua e là porte ad arco, più piccole e sobrie di quelle di ingresso alla medina, che segnano i confini fra quartieri.

Non servono porte, però, ad annunciare il quartiere delle concerie: è sufficiente avvicinarsi per sentire un odore acre spandersi nell’aria. Gli uomini distribuiscono mazzolini di menta fresca utili a coprire l’olezzo delle pelli da conciare. Stringo il mio con forza, il naso affondato nel suo inebriante aroma.

Ma varcata la soglia sgangherata di un cortile, a nulla può la menta. Troppo forte il tanfo del pellame grezzo accatastato, appena arrivato dal macello, su cui si posano fameliche le mosche.

Esalazioni nauseabonde giungono dalle vicine vasche in pietra per la concia, dove le pelli sono trattate secondo metodi manuali e naturali, rimasti immutati nel corso dei secoli.

Per prima cosa vengono lasciate in ammollo in una miscela di acqua, calce ed escrementi di piccione per eliminarne i resti di peli e carne e ammorbidirle. Allo scopo vengono anche pestate dai conciatori che si calano nelle vasche fino alla vita.

Le pelli pulite vengono poi calate in altre vasche contenenti i coloranti di origine vegetale, in cui i lavoratori si immergono per sbatterle, e infine sono stese al sole ad asciugare. Diventano così materia prima per gli artigiani che fabbricano giacche, scarpe, borse, portafogli, cinture.

Le terrazze che cingono dall’alto le vasche, oltre ad offrire uno sguardo privilegiato sull’alveare multicolore di pozze per la concia e la tintura, fungono da palcoscenico per le botteghe artigiane che espongono i loro pregiati prodotti in cuoio.

Siamo nella conceria Chouara, in attività da ben mille anni. Un luogo che mi conquista nella sua crudezza, depositario di tradizioni remote che sopravvivono all’innovazione imperante.

***

Spero di avervi trasmesso tutta l’energia e le contraddizioni di Fès. Fatemi sapere cosa ne pensate lasciando un commento qui sotto e, se vi va, condividete il post sui social per ispirare anche i vostri amici.

Con questo racconto di viaggio a Fès vi ho fatto venir voglia di andare in Marocco ma vorreste avere qualche consiglio pratico? Non esitate a contattarmi: sarò felice di aiutarvi!

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4 commenti
  1. Rispondi

    Roberta

    16/04/2021

    E’ uno dei paesi che è da anni nella mia wishlist, e devo andare prima a poi a visitarlo

    • Rispondi

      Takeanyway

      16/04/2021

      Ciao Roberta, ti auguro di poterci andare quanto prima e ti consiglio di includere Fès nel tuo itinerario, non ti deluderà 🙂

  2. Rispondi

    Luca

    16/04/2021

    Che meraviglia questa città e che colori! Da tempo diciamo che ci piacerebbe fare un viaggio in Marocco ma non ci siamo ancora riusciti. Sicuramente Fes sarà una meta quando potremo andarci!

    • Rispondi

      Takeanyway

      16/04/2021

      Grazie Luca! Felice di averti fatto assaporare un po’ di Marocco con questo post 🤗

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FRANCESCA VINAI
Italia

Ciao, benvenuti su Takeanyway! Sono Francesca, di professione giornalista e creativa, per passione viaggiatrice in cerca di storie. Viaggio per abbattere frontiere, per catturare scorci, per nutrirmi di incontri e curiosità, per scoprire in punta di piedi luoghi e popoli vicini e lontani da raccontarvi qui. Lasciatevi ispirare e fate buon viaggio.

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