Le spezie pizzicano le narici, i bazar rimbombano di voci, le bancarelle saturano i vicoli, il muezzin richiama alla preghiera; tutt’intorno, sonnecchiano con noncuranza le tracce di un passato millenario. L’anima di Istanbul si svela così, un passo dopo l’altro, in equilibrio continuo tra caos e incanto.
Ti porto con me a passeggiare nella penisola storica di Istanbul, incuneata fra il Mar di Marmara, lo stretto del Bosforo e quella lingua d’acqua nota come “Corno d’Oro”.
Dal Bazar delle spezie alla Moschea Blu, incontreremo meraviglie di grande suggestione, compresa una gemma nascosta (la mia preferita): la piccola Moschea di Rüstem Pascià.
Qui sotto la mappa (ovviamente non esaustiva delle innumerevoli attrazioni cittadine). Scarpe comode, andiamo!

Nel Bazar delle spezie
“Non esiste pesce cattivo, esistono spezie buone”. È una delle prime cose che ci rivela Serdar, sornione, quando racconta del Bazar Egiziano, in attività da quasi quattro secoli.
Ci troviamo vicino al porto di Eminönü, dove sono in partenza i traghetti che dal Corno d’Oro si addentrano nel Bosforo. Di fronte a noi il ponte di Galata, di fianco l’ingresso della Yeni Camii, una delle migliaia di moschee cittadine.
Il cielo è grigio e basso, la grande piazza in cui ci muoviamo luccica di pioggia caduta, in attesa, forse, della prossima. A spezzare l’incertezza il canto del muezzin, che si leva mentre varchiamo la soglia del Bazar Egiziano, Mısır Çarşısı in turco, operativo dal 1664, quando Istanbul era capitale dell’impero ottomano.

Da allora, il bazar si è imposto come punto di riferimento cittadino per la vendita delle spezie, tanto da essere identificato come “Mercato delle spezie”.
Passeggiamo lungo una galleria coperta, affollata di negozianti, decisi ad attirare nei loro locali chiunque si avvicini ai banchi.

Protagoniste indiscusse sono le spezie, le erbe e gli aromi per insaporire e impreziosire i piatti, anche i meno pregiati o i meno freschi, come poteva accadere in passato – da qui il detto turco riportato dalla nostra guida Serdar.

Ma ci sono anche gli infusi – ottimi quello al melograno e quello ai boccioli di rosa –, il caffè, la frutta secca e il lokum, una specie di morbido torrone a forma di cannolo, che ogni bancone o vetrina sfoggia in gran numero, accatastati uno sopra l’altro, di diversi colori e gusti (uno più buono dell’altro).





Tra i vicoli di Eminönü
Fuori dal Bazar Egiziano, ci immergiamo in un altro mercato, quello a cielo aperto che si spande tutt’intorno.
Il quartiere di Eminönü è un susseguirsi di vie pedonali su cui si affacciano negozietti che vendono di tutto, dall’abbigliamento al pentolame, dalle valigie ai kebab. C’è chi tratta calze, chi felpe e giacche, chi propone caffettiere turche, pentole in rame, narghilè, chi lampade, ceramiche, dolciumi.


Il passaggio stipato fra i banchi, oscurati da tende e ombrelloni aperti, rende l’insieme claustrofobico, eppure incredibilmente vivo e vivido.
E così impieghiamo ben più del necessario per percorrere i 300 metri scarsi che separano il Bazar Egiziano dalla Camii (Moschea) di Rüstem Pascià. “Vedrete che gioiello”, ci assicura Serdar.
Nella piccola Moschea Blu
Mai direi che nel mezzo di questo caos possa ergersi un luogo di culto, eppure Serdar ne scova l’ingresso, seminascosto fra i tavolini di un locale.

Due ripide rampe di scale in pietra ci conducono su una terrazza con doppio porticato, sopra cui svetta un minareto sottile. Eccola, la Moschea: sobria, sopra la babilonia.


Attraversato il porticato, mi infilo all’interno, piedi scalzi e capo coperto.
Aveva ragione Serdar. Pur non figurando fra le attrazioni-da-non-perdere di Istanbul, la Moschea di Rüstem Pascià, costruita quasi cinquecento anni fa in onore del Gran Visir di Solimano il Magnifico (Rüstem Pascià, appunto), è un vero gioiello.

Lo spazio è raccolto. La luce penetra cauta dalle vetrate e rimbalza sulle maioliche blu, pregiate ceramiche smaltate prodotte nella città turca di İznik, l’antica Nicea.
I motivi floreali e gli arabeschi delle maioliche si rincorrono sulle pareti come le voci di un coro perfettamente rodato. Si spande una melodia che dal cobalto profondo vira al turchese fino all’azzurro più tenue. “È una piccola Moschea Blu”, dice Serdar, con riferimento alla grande e celeberrima Moschea che visiteremo più tardi.


Mi muovo con calma in questo spazio celeste, a tratti ultraterreno, i passi ovattati dai tappeti, blu pure quelli. Non c’è nessuno a pregare, nessuno a curiosare, oltre a noi. Nessuna traccia della confusione che anima il quartiere sotto i nostri piedi.


Due passi a Sultanahmet
Ci sono posti che vediamo così spesso, scorrendo distrattamente i social, da diventare familiari, anche se si trovano a migliaia di chilometri di distanza.
Sono luoghi inflazionati, affollati come pochi altri. Sono luoghi iconici, tanto che quando li vedi per davvero, con i tuoi occhi, senza il filtro di uno smartphone, li riconosci e ti sembra di esserci già stato.
A me è successo a Sultanahmet, un paio di chilometri a sud-est della Moschea di Rüstem Pascià.

Da Eminönü ci siamo spostati nel quartiere con la più alta concentrazione di simboli cittadini: il palazzo dei sultani ottomani Topkapi, la Basilica Cisterna, l’ippodromo di Costantinopoli, la Basilica di Santa Sofia. E lei, la Moschea di Sultanahmet (Sultanahmet Camii), nota come Moschea Blu.
Passeggiamo nel grande parco che tinge di verde il cuore di Sultanahmet. I turisti si aggirano tra giardini curati, aiuole e fontane. C’è chi si scatta selfie, chi studia percorsi sulla mappa, chi riposa su una panchina, chi sosta davanti al carretto rosso di un venditore di caldarroste e pannocchie grigliate.


Ai lati opposti del parco, si stagliano nel cielo opaco i profili dei due edifici di culto più visitati di Istanbul, da un lato la Basilica bizantina (oggi Moschea) di Santa Sofia, dall’altro la Moschea Blu: è lì che siamo diretti, guidati dai sei minareti sopra una cascata di cupole e semicupole.

Una Moschea meno blu del previsto
Un lungo serpente umano segnala la coda per l’ingresso nella grande Moschea ottomana di Sultanahmet. Procediamo lentamente, nel frattempo pregusto meraviglie celesti, forse celestiali.

Una volta dentro, avanzo con il naso all’insù finché il capogiro me lo permette. Gli spazi, eretti all’inizio del Seicento, sono immensi e splendidamente decorati, rischiarati da centinaia di finestre.


Oltre 20.000 maioliche di İznik – le stesse usate alcuni decenni prima per la Moschea di Rüstem Pascià – impreziosiscono volte, archi e pareti.
Eppure manca il blu, l’intenso blu che mi aspettavo: un nome, una promessa mancata. Sì, perché nella Moschea Blu il turchese è ben bilanciato dall’oro e dal rosso; sublime nell’insieme, ma non certo blu.



Inutile dirti che ho preferito gli ambienti meno grandiosi, ma azzurri per davvero, della Moschea di Rüstem Pascià. Quella sì, una vera parentesi di cielo in terra.
***
Cosa pensi di questa passeggiata nel cuore di Istanbul? Naturalmente, sono moltissime le attrazioni da visitare nei dintorni: il mio era solo un assaggio dell’atmosfera cittadina. Se ti è piaciuto, condividi il racconto con chi vorresti portare con te a Istanbul.

