Quando Marrakech soffia Allah nel vento

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14/10/2018

La prima volta mi ha preso alla sprovvista. Sapevo che nel mio viaggio in Marocco prima o poi l’avrei sentito: il suo invito alla devozione giunge puntuale, cinque volte al giorno. Eppure il muezzin mi ha colto di sorpresa. Ero a Marrakech, non lontano dal trambusto sfolgorante di Djemaa El Fna, quando ho ascoltato per la prima volta il suo canto. Brividi lungo la schiena, solennità venata di malinconia.

Chi è pronto per un tuffo nel fascino di Marrakech?

Dal circo di Djemaa El Fna alla pace del riad

La giornata, la nostra prima giornata marocchina, scivola via veloce. È stata intensa, ricca di odori e colori, di sguardi e passi a Marrakech, tra palazzi dal passato glorioso e vicoli della medina.

Scende la sera, intiepidita da un alito di vento leggero. Il buio si fa strada ma non può vincere la città, che brilla e rimbalza luci nel turbinio confuso di Djemaa El Fna, la sconfinata piazza centrale. Ci sono flauti, tamburi, canti. Capannelli di lunghe tuniche a pochi metri l’uno dall’altro. Incantatori di serpenti, artisti di strada, uomini con scimmie al guinzaglio, donne pronte a decorare mani e piedi con l’henné, disperati in cerca di spiccioli.

Djemaa-El-Fna-Marrakech

Fuggiamo dal circo ambulante per rifugiarci nel riad che ci ospita per la notte. Varcato il portone d’ingresso, entriamo in una bolla. Siamo a pochi minuti a piedi dalla grande piazza, eppure nel cuore intimo e raccolto del riad, il cortile interno, non c’è traccia della vicina confusione. Ad accoglierci c’è solo il gorgoglio timido dell’acqua che ribolle nella piccola piscina, l’unico suono che ritagli il silenzio.

Il cortile, sul quale si affacciano le stanze del riad su due piani, non ha copertura, se non quella di un cielo trapuntato di flebili stelle. È illuminato da alcune lampade accese, da cui si spande un arabesco di luci e ombre che si rincorrono sui muri finché il chiarore non cede al buio.

Decido di salire sulla terrazza che funge da tetto del riad. Scalino dopo scalino, raggiungo il cielo.

La città sospesa sopra la medina

Vago nel buio avvolgente, mi avvicino alla ringhiera lungo il perimetro del cortile interno del riad, che dall’alto mi pare minuscolo, poi mi spingo ai confini esterni della terrazza, lo sguardo sulla città.

Da quassù, al buio, scruto una Marrakech molto diversa da quella che ho attraversato oggi a piedi. Non vedo vie strette che si infilano tra case dai muri scrostati, in un labirinto di curve a gomito, incroci e vicoli ciechi. Scorgo soltanto, debolmente illuminati dal bisbiglio di qualche luce aranciata, i profili squadrati delle terrazze che si incastrano una sull’altra, chiudendo in cima le case. È come se la distesa irregolare di terrazze creasse una seconda città, sospesa sopra la medina.

Gli unici particolari a ricordarmi la Marrakech che ho conosciuto oggi sono i minareti delle moschee, illuminati nel buio – il più impressionante è quello di Koutoubia, vicino a Djemaa El Fna – e i rumori, che quassù, senza la protezione dei muri che cingono il cortile interno, tornano a farsi vivi. Suonano i clacson e mi arrivano all’orecchio musiche lontane.

Vago con lo sguardo sul buio pesto che aleggia in basso, non lontano dal riad. Dev’essere lì il palazzo decadente che ho adocchiato con la luce del giorno, ora completamente inghiottito nella notte. Richiamo alla mente i particolari: un enorme giardino incolto con camminamenti piastrellati a scacchi, una piscina vuota, un pergolato finemente decorato, finestre ad arco arabo, persiane indecise se cadere a terra o tenersi aggrappate alla speranza di tornare a vivere.

Marrakech-palazzo-decadente

Chissà perché un palazzo tanto signorile è diventato un rudere. Chissà chi l’ha abitato e come sarebbe oggi se qualcuno se ne fosse preso cura. Chissà come risplenderebbe di luci nella nott…

Il canto del muezzin

Un bisbiglio. Silenzio.

Eccolo di nuovo. Arriva da lontano, ma si fa via via più vigoroso e chiaro.

È una voce. Sì, qualcuno parla. Anzi, canta.

Il tono greve e solenne mi corre come un brivido lungo la schiena. Il ritmo lento e biascicato è quello di una litania che si prolunga nel tempo, si interrompe un attimo e riprende, egualmente intensa.

 

Ecco un’altra voce. E poi un’altra ancora. In breve si spandono sopra i tetti della città cantilene cariche di spiritualità, in sovrapposizione l’una sull’altra.

Non li avevo mai ascoltati, ma non ho dubbi che si tratti di muezzin all’opera. Non immaginavo che il loro richiamo alla preghiera fosse così suadente, né che potessero cantare in contemporanea, a distanza così ravvicinata. Ma è logico, a ben pensarci: la città è grande e le moschee sono tante, ogni moschea ha il suo muezzin e ogni muezzin ha il suo dovere da compiere. Tutti i giorni, cinque volte al giorno, l’ultima quando il buio è già sceso.

Allahu Akbar, Dio è grande. Mi guardo intorno, sola nel buio. Il canto dei muezzin mi esalta e spaventa: sono a disagio, eppure ho il cuore gonfio di emozione mentre volgo lo sguardo al cielo, al Dio che tutto sa e tutto vede.

Avverto tutta la fierezza di un popolo che, malgrado l’occidentalizzazione galoppante, resta aggrappato allo spirito delle tradizioni. Sono ipnotizzata, come un serpente davanti al flauto di un incantatore.

La polifonia si esaurisce molto lentamente. Quando anche l’ultima voce si consuma, si spezza l’incanto. I clacson dei motorini tornano a suonare, si riaccendono musica e chiasso in strada.

Voci note, visi incogniti

Nei giorni successivi l’inquietudine cede il passo all’attesa. Il canto del muezzin diventa un rituale rassicurante che amo aspettare, soprattutto alla fine del giorno. Come se una giornata non potesse concludersi degnamente senza il saluto del muezzin.

 

A proposito, e il muezzin? Vorrei poterti dire di averne incontrato almeno uno durante il mio viaggio in Marocco. Invece non so nulla di lui, ho solo il suono della sua voce impresso.

Lo immagino come un uomo che veste una lunga tunica bianca o avorio, che porta occhiali piccoli dalla montatura leggera e una folta barba scura. Chissà poi se è davvero così.

Forse mi è capitato di incontrarne uno per strada. Forse era quell’uomo alto e magro, il viso rugoso, che teneva lo sguardo basso. O forse quell’altro, seduto a studiare i passanti non lontano dalla moschea. Oppure l’uomo che ha incrociato il mio sguardo, il passo lento e posato, gli occhi penetranti.

Penetrante come quel canto che si ripete da secoli, uguale a se stesso, per le vie di città e villaggi, lungo vallate rigogliose, al riparo delle montagne, in riva a mari e oceani, fino ai confini del deserto.

***

Spero di averti fatto vivere (o rivivere) un po’ dell’atmosfera ammaliante del Nord Africa. Continuate a seguirmi, arriveranno presto altri racconti dal Marocco! Per ora, se questo post ti ha ispirato, perché non condividerlo? 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

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