Perù, in barca tra le islas flotantes del Titicaca

Perù Popoli
online da
23/08/2018

Sbarcare sulle islas flotantes è come atterrare su un tappeto traballante, di quelli che abbracciano i bimbi in caduta libera da un castello gonfiabile. Inizio a camminare a mo’ di astronauta sulla luna, il passo incerto, i movimenti cauti, l’equilibrio instabile. Mica facile passeggiare su una zattera di canne fini, impilate una sull’altra: i piedi affondano tra i lunghi steli che mi inghiottono con un fruscio sinistro.

Sotto la zattera-isola riposa l’acqua del Titicaca, immenso lago andino lungo cui corre il confine tra Perù e Bolivia. Un lago a 3800 metri di quota popolato da genti che costruiscono e abitano villaggi galleggianti. Vieni con me a scoprirli?

Riflessi e villaggi nella baia di Puno

La costa non è distante. A pochi colpi di remi c’è Puno, la più grande città sul lago, con i suoi negozi sulle vie lastricate, i casermoni ammassati ai margini del centro, il traffico intenso e polveroso.

Un mondo a sé le islas flotantes, sfuggenti e sornione: isole costruite da genti di etnia Uros, vaste zattere su cui sono allestiti villaggi galleggianti. Punteggiano la baia di Puno la cui profondità ridotta – che non supera i 50 metri, contro i 300 sfiorati nel cuore del lago – ne agevola le operazioni di ancoraggio al fondo lacustre con pietre e corde.

Pur vicini alle rive cittadine, questi isolotti artificiali sono al riparo da occhi indiscreti, nascosti tra fitti canneti di totora, pianta acquatica che cresce in abbondanza nella baia.

Intorno alle islas flotantes il Titicaca si tinge di riflessi smeraldo e ocra, ben diversi dai riverberi blu notte che spande alcuni chilometri oltre il riparo della baia, là dove precipitano gli abissi. Là dove emerge la sgargiante Isla Taquile di cui ti ho raccontato nel post Lago Titicaca, sorprese in technicolor su Isla Taquile.

Un lago cobalto denso di fascino e mito, il Titicaca, il cui nome – questa la leggenda che ci ha raccontato Carmen, la nostra guida a Puno – viene dall’unione delle parole “puma” in lingua aymara e “pietra” in quechua. Due lingue per le due etnie cui appartiene il lago: gli Uros, popolazione preincaica che nei secoli adottò la lingua aymara, e i Quechua, discendenti degli Incas.

Puma di pietra. Il Titicaca prenderebbe il nome dalla forma che i suoi antichi abitanti videro tratteggiarsi lungo le coste, quella di un puma intento a cacciare, animale sacro nella cultura andina precolombiana.

Diffidenza e calore degli Uros

Non faccio in tempo a prendere confidenza con la superficie sconnessa dell’isla flotante su cui siamo sbarcati, che le isolane mi rapiscono in un vortice di vivace laboriosità fra abiti vocianti di colori, cappelli di paglia e lunghe trecce corvine.

Le donne Uros – ma dovrei dire più genericamente Aymara, essendo estinti da qualche decennio gli Uros di etnia pura per via dei matrimoni misti – ci danno un caloroso benvenuto, pronte ad istruirci sul loro stile di vita. Un’accoglienza che stride con quella incontrata poco prima in barca.

Quando ci siamo avventurati nel mondo Uros, intrufolandoci a pelo d’acqua tra le macchie di vegetazione lacustre della baia di Puno, ho avvertito la scontrosità di un popolo costretto, suo malgrado, a fare i conti con i forestieri e la macchina del turismo.

Procedendo lentamente lungo i canali ritagliati tra i canneti, ho tentato più di una volta di portare al viso la fotocamera con il dito pronto a scattare, ricevendo in cambio mani agitate al cielo che m’intimavano di andar via. Niente foto. Niente intrusioni.

Per questo l’accoglienza delle donne sull’isola galleggiante mi pare troppo entusiastica per essere autentica. Autentica (e comprensibile) è, invece, la diffidenza diffusa tra gli Uros, la maggior parte dei quali non trarrà probabilmente alcun beneficio dalle attività turistiche sbocciate negli ultimi anni.

Come nasce un’isla flotante

Sull’isola galleggiante che ci ospita non ci sono uomini. Ne scorgo alcuni nelle vicinanze, a bordo di barchette a motore cariche di totora appena tagliata.

La totora è vita sul Titicaca. Immagino sia pure nel DNA degli Uros, che iniziarono ad utilizzarla per costruire villaggi galleggianti con cui sfuggire agli attacchi delle tribù vicine, Incas in particolare: vivere sulle islas flotantes è una tradizione secolare mai abbandonata.

La prima donna Uros che ci è venuta incontro al nostro arrivo ci mostra com’è fatta l’isola.

A terra, lunghi steli di totora ingialliti dal sole e dal vento sono adagiati strato su strato a formare un’alta e solida piattaforma. I giunchi non poggiano direttamente sull’acqua ma sono piazzati su radici di totora, blocchi terrosi che restano a galla come grandi cubi in sughero.

Per prima cosa gli Uros legano questi blocchi tra loro con corde naturali o cordini di nylon, sempre più facilmente reperibili. Le radici, a poco a poco, si uniscono e formano una base estesa che viene poi ancorata al fondo del lago per impedirne gli spostamenti dovuti alle correnti.

Al di sopra della base di radici, spessa un metro circa, vengono disposte le canne di totora precedentemente tagliate ed essiccate. Con il tempo, gli strati bassi marciranno e il villaggio avrà bisogno di nuova totora sopra cui vivere.

Quando si incomincia a progettare una nuova isola? In vista di un matrimonio, mi viene spiegato. L’esperienza della comunità suggerisce quale sia il luogo più consono. Scelto lo spazio, principalmente in ragione della profondità delle acque, si legano le radici di totora per sancire l’avvio del nuovo insediamento, che sarà pronto nell’arco di un anno.

Vita (galleggiante) da isolani

Le donne Uros mi mostrano i prodotti artigianali, mi fanno conoscere (e provare!) gli abiti tradizionali e mi invitano ad entrare nelle loro umili abitazioni, costruite in totora. Minuscole fuori, microscopiche dentro: un unico, angusto spazio con pochi oggetti sparsi accanto ad un materasso, manco a dirlo di totora.

Passeggiamo tra rustici forni in terracotta – le cucine degli Uros sono all’aperto – e magazzini conici per le riserve di cibo. A proposito di cibo, la fanno da padrone i pesci di lago, allevati sull’isla dentro buchi che interrompono la continuità della piattaforma lacustre. Non mancano gli orti coltivati su blocchi terrosi di radici di totora.

Accanto ad alcune casette scorgo dei pannelli solari, segno che il vento dell’innovazione è spirato fin qui, accolto dagli Uros più inclini al cambiamento e aperti al turismo.

Mi avvicino alle sponde, accarezzando con lo sguardo l’arco decorativo in totora che segna l’ingresso dell’isla. Mi accorgo solo ora che mancano recinzioni a proteggere il villaggio dal lago. I più piccoli non finiscono in acqua? Alla mia preoccupazione rispondono sorrisi rilassati: una delle primissime cose che i bimbi Uros imparano a fare è nuotare.

Oltre a nuotare, navigano. Uomini e donne, senza distinzioni, affondano nell’acqua i remi in legno con cui muovono e direzionano sapientemente le imbarcazioni, in piedi come gondolieri.

Resto incantata ad osservare i profili delle barche tradizionali: due mezzelune in totora, oggigiorno imbottite di bottiglie in plastica (ottima soluzione di riciclo, no?), collegate da un corpo centrale di giunchi o legno. Scivolano con grazia sul Titicaca. Danzano con le nuvole di gommapiuma riflesse sull’acqua.

***

Spero ti sia piaciuto questo tuffo tra le Ande peruviane. Chissà che non possa ispirare il tuo prossimo viaggio! 🛶

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2 commenti
  1. Rispondi

    Serena Puosi

    23/08/2018

    Stai molto bene in abiti tradizionali Uros!
    Viaggio indimenticabile, ogni tanto ci ripenso e mi sembra di tornare là (mal d’altitudine a parte)!

    • Rispondi

      francivinai

      23/08/2018

      Ahahah è stato divertente indossarli! 😜 Anche a me il Perù è rimasto nel cuore… mate de coca compreso (contro il mal di montagna) 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

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