Viaggio sulla Route 66, sogno americano in marcia

Avventura Cultura Stati Uniti
online da
01/02/2020

Tra motel, campi incolti e locali country, la Route 66 è una fucina di ricordi nostalgici. È un mito che si nutre di miti – lo sguardo di Marylin, il ciuffo di Elvis, il giubbotto di James Dean – rievocati lungo il percorso da murales e cartonati ad altezza naturale. È una carovana di auto lasciate a morire sul ciglio dell’asfalto, finché un gruppo di turisti non arriva a rianimarle di sguardi curiosi.

Mother Road, la battezzò lo scrittore americano John Steinbeck alla fine degli anni Trenta: la strada per antonomasia. È lì ad aspettarci, pronti a viverla con me?

Il percorso

Percorreremo quasi 500 degli oltre 3.700 chilometri che uniscono Chicago, in Illinois, al molo di Santa Monica, sull’Oceano Pacifico. Un breve tratto di Route 66 tra Arizona e California che ci farà assaporare sprazzi di libertà, grandiosa come il sogno americano.

Partiamo dal cuore dell’Arizona, precisamente da Flagstaff, poco a sud di Sua Maestà il Grand Canyon National Park. Viaggeremo verso ovest passando per Williams, Seligman, Valentine, Kingman, Oatman e oltrepasseremo il confine californiano fino ad Amboy (qui lascerò la 66 per raggiungere, più a sud, il Joshua Tree National Park, ma questa è un’altra storia).

Da Williams a Seligman

A Williams incontriamo le prime tracce del mito: il simbolo Route 66 marchiato sull’asfalto e sui muretti, l’orgoglio vivo tra la gente. Poco importa se i cartelli dicono che stiamo viaggiando sulla I-40, l’interstatale che da decenni ha rimpiazzato lunghi tratti della 66.

La consacrazione arriva a Seligman: le vedete le pompe di benzina nel cortile ghiaioso di quel drive-in? E le Chevrolet arrugginite, esposte come reliquie in un museo?

Poco più in là è parcheggiato un Dodge verde menta, languiscono le veneziane semichiuse di un motel e i negozietti ci richiamano con il tintinnio di cianfrusaglie che recitano “66” come un mantra.

Sessantasei. Icona immortale che invita a sostare, a sospirare, a passeggiare sul filo di un passato che non si arrende al presente.

Tra cinema e realtà

La bandiera a stelle e strisce sventola ovunque ci sia un appiglio, i murales parlano di farfalle in volo, di arte e libertà, di lussuose auto sfreccianti, di divi hollywoodiani anni Cinquanta.

A proposito di cinema ecco che, posteggiato di fronte ad uno dei più fotografati gift shop di Seligman, sonnecchia il carroattrezzi color ruggine di “Cars”, Cricchetto.

Pare che gli ideatori del film di animazione si siano ispirati proprio a Seligman per disegnare Radiator Springs, paesino sotto i riflettori della Route 66 finché la costruzione di una nuova superstrada non l’ha relegato nell’oblio. Storia di fantasia, ma non troppo.

Anche Seligman, infatti, fiorì grazie alla US 66 che, costruita cent’anni fa, diventò popolarissima tra gli anni Trenta e Cinquanta. Traversata d’America, miraggio del West, viaggio di camionisti, speranza di autostoppisti, vita in corsa. Finché non arrivarono le veloci interstatali.

Le nuove rotte segnarono il declino della 66, dismessa in certi tratti, ammodernata e rinominata in altri. Avanti con le case svuotate, le officine chiuse, le stazioni di servizio sonnacchiose.

Anima country

A Seligman lasciamo l’interstatale 40 per imboccare la Historic Route 66, il tracciato originario della Strada Madre, che curva a nord fino a Peach Springs e ridiscende verso Kingman, dove si ricongiunge con la I-40.

Lungo questo tratto, lontano da un turismo frenetico, il viaggio si impreziosisce di suggestioni. L’asfalto corre verso ovest solitario e testardo, morsicato più che altrove dal tempo, scucito qua e là dall’erba che ne solleva piccole zolle.

Non c’è anima viva, solo il luccichio di fiori gialli ai lati della strada e il vento che ci spinge avanti. Nel nulla.

All’improvviso un‘impronta umana. Mezzo nascosta dai cespugli, reclama attenzione. Ci fermiamo in un vicino spiazzo polveroso e ci avviciniamo a piedi.

È un edificio ad un piano, i muri fatti di assi in legno color vinaccia sbiadito dal sole. O dalla solitudine. Accanto alla porta bianca un’insegna recita “country dancing”, ma tutto il resto suggerisce che il solo ritmo ad animare questo posto, da ormai molto tempo, è quello dettato dal vento. Vento che sferza alzando mulinelli di terra avorio, fine come sabbia in un deserto.

Il ricordo di vite passate mi solletica la fantasia. Vorrei entrare nel locale, ripopolarlo di visi e gambe in movimento. Di parole, di stivali sopra un pavimento scricchiolante, di musica nell’aria, leggera come la spensieratezza di un sabato sera.

Siamo a Valentine – poco più di trenta abitanti – e questo è il Bert’s Country Dancing che, ho scoperto una volta rientrata a casa, è stato una leggenda negli anni d’oro della Route 66.

Distributore d’altri tempi

E che dire della vecchia gas station di Valentine? Là dove l’asfalto sfuma in uno spiazzo ghiaioso, le pompe di benzina ci accolgono con un pieno di malinconia sotto uno strato di ruggine. Chissà quando sono state usate per l’ultima volta.

Una fila di stemmi della US 66 tappezza le finestre della stazione di rifornimento. All’ombra della tettoia fa cucù un frigo targato Coca-Cola. Il vento smuove l’insegna in ferro della stazione, il cigolio si perde nel sole.

Lo sguardo va ai profili increspati delle colline che avvicinano l’orizzonte. Ma non per molto: appena dopo Valentine il cielo si apre sopra una piana sconfinata.

La strada per Kingman si fa dritta come un fuso, accompagnata a sinistra dai binari di una ferrovia su cui avanza un treno merci, lentissimo e lungo come non ne avevo mai visti prima.

Bloody 66

Attraversiamo Kingman fra rivendite di cimeli, steakhouse e luci al neon pronte ad accendersi all’imbrunire.

Superiamo una discarica di automobili, poi il deserto. Nulla davanti a noi, nulla ai lati della Historic Route 66. Eccezion fatta per qualche cassetta della posta disseminata lungo la strada, in attesa di lettere da recapitare a chissà chi – non c’è ombra di case a perdita d’occhio.

Nel giro di pochi chilometri si cambia registro: gli spazi si restringono, basse montagne conquistano il centro della scena, colorandola di bronzo e oro.

La 66 inizia a salire, poi scende, poi sale ancora. Si abbandona a curve e strettoie sporgendosi paurosamente nel vuoto.

Siamo sulla Bloody 66, com’è stato soprannominato questo tratto di strada. E capiamo presto il perché. Accartocciato in fondo ad uno strapiombo adocchiamo ciò che resta di una vecchia macchina, rosso struggente. Rallentiamo il passo.

Nel paese degli asini

Curva dopo curva, ci ritroviamo nel bel mezzo di un villaggio in stile western, Oatman. Nato ad inizio Novecento con la scoperta dell’oro sulle Black Mountains, richiamò migliaia di cercatori.

Si esaurì in fretta la corsa all’oro. Negli anni Quaranta Oatman si svuotò e ne diventarono padroni… gli asini. Portati in città dai cercatori per trasportare materiale roccioso fuori dalle viscere delle montagne, furono lasciati qui dopo la fuga dal paese. Oggi vivono allo stato brado, attraversano la strada senza fretta, vanno in cerca di cibo, ragliano indispettiti se qualcuno li avvicina con insistenza.

Lo spirito di Oatman sopravvive tra i bassi edifici in legno sulla Route 66, l’ufficio postale, il saloon, lo storico hotel, le ambizioni di chi ci ha vissuto. Vola sotto un cielo striato di nuvole leggere, rimbalza sui fianchi delle montagne e torna indietro. Non può andarsene di qui.

Ci rimettiamo in marcia. La California è ad un passo, ci aspetta Amboy: altra città fantasma, altro motel, altri echi di vite vissute. Condanna e gloria della Route 66.

***

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12 commenti
  1. Rispondi

    Sara Bontempi

    10/03/2020

    Che spettacolo il viaggio sulla route 66! Un sogno il mio che diventerà realtà!

    • Rispondi

      Takeanyway

      11/03/2020

      Te lo auguro davvero, Sara, vedrai che sorpresa! 😉

  2. Rispondi

    Helene

    10/03/2020

    Percorrere la Route 66 è il mio sogno in assoluto, la meta in cima a tutte nella mia wishlist. Leggere questo articolo mi ha fatto sberluccicare gli occhi ed in un momento difficile per tutti come questo, sognare è davvero la cosa migliore per tirarci su il morale.

    • Rispondi

      Takeanyway

      11/03/2020

      È proprio così, raccontare e leggere viaggi è una bella boccata d’ossigeno in giornate buie come queste. Ti auguro di realizzare presto il tuo sogno, Helene!

  3. Rispondi

    Fabiana

    10/03/2020

    Beh, ogni commento è superfluo. Un sogno per ogni traveller che si rispetti! Qui l’americanità la vivi, la sfiori e ti ci immergi fuori dalla “solita” passeggiatina a Manhattan!

    • Rispondi

      Takeanyway

      11/03/2020

      Grazie Fabiana! Questa strada ha visto così tanta vita in corsa e si è nutrita di così tante speranze da diventare essa stessa Vita e Speranza 🙂

  4. Rispondi

    Raffaella

    11/03/2020

    Cosa darei per fare un viaggio sulla Route 66. Non so quanti sono i film girati lungo questa strada che ho visto e amato

    • Rispondi

      Takeanyway

      12/03/2020

      Te lo auguro davvero, sarà una grande emozione!❤️

  5. Rispondi

    Cla

    12/03/2020

    Quante volte ho visto questa strada nei film. Chissa che emozione trovarsi lì

    • Rispondi

      Takeanyway

      12/03/2020

      Sì, grandissima! 🤩

  6. Rispondi

    Serena, FaccioComeMiPare

    12/03/2020

    Nei miei sogni c’è tornare in America del Nord e continuare questo viaggio. Non conoscevo nulla della città degli Asini. Suggestivo pensare alla frenesia dell’epoca dei cacciatori d’oro!

    • Rispondi

      Takeanyway

      12/03/2020

      Una vera miniera di suggestioni! 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

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