Capo di Buona Speranza, là dove finisce l’Africa

Natura Sudafrica
online da
30/09/2017

Il Capo di Buona Speranza è uno di quei luoghi mitici che vivono nell’immaginario collettivo senza una precisa rappresentazione. Si sa che è il lembo di terra più meridionale dell’Africa (il che non è del tutto corretto e più avanti ti dirò perché), ma com’è fatto esattamente?

È una spiaggia o un dirupo? Ha un faro, una qualche indicazione o cos’altro? Io non sapevo cosa aspettarmi. Raggiungere finalmente il Capo e vederlo materializzarsi in una ragnatela di nebbia (quella nebbia che tanti naufragi ha causato nei secoli) è stato come un sogno, che ho vissuto con un misto di incredulità e soggezione.

Pronti a partire? Ecco le tappe che ci aspettano:

 

Tra vigneti e strapiombi sull’oceano

Lasciamo in auto Città del Capo (città di meraviglie e contrasti… te ne parlerò in un altro post), in direzione sud. Nei dintorni di Constantia viaggiamo tra i vigneti scarni dell’inverno australe, con ancora qualche foglia rossa ad illuminare le colline su cui sono adagiati in perfetto ordine. A vegliare sul loro sonno, imponenti massicci rocciosi. Mi colpisce, qua e là, il bianco squillante delle case con i tetti in paglia e i frontoni curvilinei tipici dello stile architettonico locale, quello olandese del Capo.

Giunti ad Hout Bay, infiliamo Chapman’s Peak Drive, la storica via panoramica che segna l’ingresso nella penisola del Capo di Buona Speranza. La strada corre lungo la costa ovest della penisola per una decina di chilometri, tagliando i fianchi scoscesi delle alture che si gettano nell’oceano spumoso.

È mattino presto e dall’Atlantico sale una bruma che diffonde una lieve foschia, rendendo eterea l’atmosfera. Curva dopo curva, si susseguono baie rocciose su cui si aggrappano con tenacia arbusti bassi e cespugli di fynbos. A farci ombra, i picchi montani in equilibrio instabile sull’oceano, battuti come sono da vento e onde.

Giunti in fondo a Chapman’s Peak Drive, si apre la spiaggia di Noordhoeak. La ammiriamo, selvaggia, da sopra un’altura: un’enorme mezzaluna in cui l’alta e la bassa marea si sono rincorse, lasciando acqua e sabbia ad alternarsi pigramente.

In viaggio sulla penisola del Capo

Da Noordhoeak ci addentriamo nella penisola del Capo, una stretta striscia increspata di rocce che si protende verso sud per una settantina di chilometri, ponendosi a guardiano di due oceani. A ovest l’Atlantico, a est l’Indiano.

Percorriamo la M65, un nastro di asfalto incorniciato da terra ramata, che percorre in lunghezza l’altopiano centrale della penisola. Pochissime auto in circolazione: siamo soli fra distese di arbusti accese di verde, bianco e giallo. Pur essendo inverno, i colori sono straordinariamente vividi, complici il cielo terso e l’aria frizzante.

Giunti al bivio tra Cape Point e Cape of Good Hope, scegliamo quest’ultimo. Che buona speranza sia. E da sperare abbiamo molto: appena la strada inizia a digradare verso il Capo, la nebbia, come una maledizione, sale dal mare e incatena le sue coste.

Il cielo, da blu, si fa azzurro tenue e le tinte accese della vegetazione scolorano in un grigio diffuso. Qualche struzzo spunta fra i cespugli, mentre il velo di vapore biancastro diventa un muro via via più fitto.

In fondo all’Africa, fine corsa!

Affondiamo con cautela nella nebbia, lungo curve che ci portano giù e ancora giù. Sul ciglio della strada passeggiano due babbuini – una mamma e il suo cucciolo – indifferenti al nostro passaggio.

La visibilità si riduce al minimo. D’improvviso, mentre la strada svolta stretta a sinistra, distinguo di fronte a noi la schiuma bianca di onde fragorose: siamo scesi a livello del mare e l’acqua si schianta contro le rocce appena oltre la curva.

Ancora qualche metro e ci siamo. Il Capo di Buona Speranza è lì, esposto a venti contrari, sbattuto dalle onde. Il cartello in legno, con l’indicazione del Capo in inglese e in afrikaans, sfida l’umidità fra ciottoli rossi e pietre ocra.

È un palcoscenico surreale in cui recita, come in un dramma, un grande stormo di cormorani. Alcuni sono in volo, molti altri se ne stanno appollaiati sugli scogli a riva, mentre l’oceano applaude con foga.

È questo il passaggio che, a fine Quattrocento, i portoghesi raggiunsero in navigazione e poi oltrepassarono, aprendo una nuova via marittima verso le Indie. È qui che affondarono molte navi, ingannate dalla nebbia. È qui che si credeva l’oceano Atlantico incontrasse quello Indiano, nel punto più meridionale dell’Africa.

Invece, scopro che è Cape Agulhas, più di 200 Km a est di Buona Speranza, a detenere questo primato: è là che il continente africano finisce e i due oceani si toccano. Eppure il Capo di Buona Speranza mantiene intatto il suo fascino, forte di un potere simbolico generato da secoli di storia (e mito).

Il viaggio nella penisola del Capo non finisce qui. Ci aspettano baie, dune e… pinguini! 🐧 Volete vederli anche voi? Andate al post Dune e pinguini, il Sudafrica che non ti aspetti. E se questa prima parte del viaggio vi è piaciuta, condividetela con chi volete😉

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3 commenti
  1. Rispondi

    Veronica

    07/10/2017

    Che meraviglia dev’essere l’Africa.
    Complimenti ber il blog, mi piace molto, ti seguirò con piacere😊

    • Rispondi

      francivinai

      07/10/2017

      Grazie mille Veronica! È vero, l’Africa regala emozioni uniche. E il Sudafrica è ancor più unico: un concentrato super variegato di panorami naturali, città, tradizioni ed etnie. Spero di riuscire a trasmetterti tutta la meraviglia di questo Paese nei prossimi post a tema Sudafrica! 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

Ciao! Dietro Takeanyway ci sono io: viaggiatrice, giornalista e creativa. Su questo travel blog non trovate consigli pratici o recensioni, ma emozioni. Trovate scorci, sguardi, percorsi e pensieri in giro per il mondo. Viaggio per abbattere frontiere, per scoprire in punta di piedi luoghi e popoli vicini e lontani e raccontarveli qui. Lasciatevi ispirare e fate buon viaggio!

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