Sai come si dice “viaggio” in swahili, una delle lingue parlate nell’immensa Africa? Si dice safari, dall’arabo safara, “viaggiare”. Sarà per questo che non esiste viaggiatore al mondo che non sogni, prima o poi, un safari in Africa, a tu per tu con la natura, quella vera, e con gli animali della savana.
In questo racconto ti porto con me a vivere un safari in Sudafrica nel Kruger National Park, a circa cinque ore dall’aeroporto di Johannesburg. Ci aspettano avventure con la A maiuscola, prima accompagnati da una guida, poi soli in modalità self-drive (con la nostra auto a noleggio). Sei pront*? Partiamo!

Safari con guida: l’ingresso al Kruger
Fotocamera al collo, binocolo e cartina del parco a portata di mano, snack e acqua nello zaino, pantaloni lunghi, giacca a vento. È molto presto, il cielo è ancora nero come la pece e la temperatura freddina; solo qualche ora dopo ci riscalderà un tiepido sole.
È così che affrontiamo il nostro primo giorno di safari. Incredibile? No, se si va in Sudafrica a giugno: nella parte opposta dell’emisfero, l’inizio della nostra estate coincide con l’ingresso nella stagione invernale.

Abbiamo deciso di vivere il nostro “battesimo della savana” in compagnia di una guida locale. L’appuntamento è fissato per le cinque e mezza del mattino al Maqueda Lodge nel Marloth Park, dove alloggiamo.
Camicia a maniche corte, manicotti maculati sulle braccia, una coda biondissima che spunta dal cappello da baseball, sarà Sandra a guidarci nel Kruger. Parla inglese, oltre che afrikaans, ha modi spicci ma bonari.
A bordo del suo fuoristrada aperto, con una coperta di lana a ripararci dal buio pungente, raggiungiamo dopo un breve tragitto il Crocodile Bridge Gate, ingresso meridionale del Kruger National Park, a due passi dal confine con il Mozambico.
Eccoci nella più grande riserva naturale del Paese. Il parco copre una lunga striscia di Sudafrica nord-orientale (e una parte di terra mozambicana). Una piana di erba imbiondita dal sole, bush e polvere, grande quanto la Lombardia.


Safari con guida: primi avvistamenti
Il silenzio, stemperato nella luce dell’alba, è surreale. La nostra attenzione, massima. La savana si accende a poco a poco in una tavolozza di tinte calde, che virano dall’ocra al bruno, dall’avorio al mattone, dal caramello al verde oliva.

D’improvviso, sbucano accanto a noi decine di antilopi in corsa: piccoli impala dal manto bruno-rossiccio, che saltellano con straordinaria agilità attraversando la strada, ma anche alti ed eleganti kudu.


I facoceri se ne stanno con il muso piantato a terra; quattro elefanti attraversano la strada davanti a noi, il loro incedere è incredibilmente aggraziato e ovattato, a dispetto della mole.


Due leonesse fanno slalom tra le auto, sornione. Avvistiamo gnu striate, bufali, zebre, un maestoso rinoceronte che riposa all’ombra di alcuni massi, persino un paio di iene, animali notoriamente notturni.



Le giraffe brucano le cime scarne degli alberi più alti, tra i rami scorgiamo uccelli di ogni colore.





Poi giù il binocolo, in cerca di movimenti nell’erba alta: ecco spuntare la folta criniera di un leone che riposa quieto come un gatto.

Vediamo enormi coccodrilli immobili sulla riva di un fiume e, nelle vicinanze, una decina di ippopotami accasciati a terra, mansueti solo in apparenza. A metterci in guardia è Sandra: “Fate molta attenzione: gli ippopotami sono animali molto territoriali, aggressivi per l’uomo, imprevedibili e – incredibile a dirsi – velocissimi”.



A mano a mano che la luce si fa calda e abbagliante, gli animali sfuggono alla nostra vista, nascosti all’ombra degli arbusti.
Avanziamo con calma. Di tanto in tanto Sandra si ferma, prende il binocolo che tiene posato sul sedile accanto, e scruta l’orizzonte in cerca di tracce.
La bellezza polverosa della savana
Il pomeriggio è meno proficuo in termini di avvistamenti, ma la meraviglia della savana ci riempie gli occhi.
Navighiamo in un mare di oro e bronzo. Percorriamo piste polverose e acciaccate, fra erba ingiallita, cespugli disordinati, boscaglie informi vicino a un ruscello, tratti di terra nuda e assetata, scheletri di alberi morti da un pezzo, eppure ostinati a restare in piedi.


A proposito di alberi, tra i più riconoscibili c’è l’acacia a ombrello (Vachellia tortilis), dalla classica chioma piatta; il perché di quella forma unica, ce lo spiega Sandra.
Queste piante crescono in altezza per difendere la chioma dai frequenti incendi, trasportati dall’erba. Raggiunta una quota di sicurezza, non hanno più ragione per spingersi in alto; iniziano, invece, ad allargarsi in orizzontale per guadagnare quanta più luce possibile, ma anche per proteggere i rami interni dagli erbivori più alti, le giraffe.

Altra chioma scenografica che cattura la nostra attenzione è quella della Kigelia africana, il cosiddetto “albero delle salsicce” perché i frutti che pendono tra foglie e rami hanno la forma di salsicce.


Magnifico lo scorcio vicino ad una pozza d’acqua che si apre davanti a noi: pachidermi grandi e piccoli in fila, sotto la chioma di una Kigelia, che procedono lentamente per abbeverarsi.
Lo spazio qui non appartiene all’uomo, si sviluppa a uso e consumo degli animali che lo popolano, segue ritmi propri, si trasforma in tempi che non fanno ticchettare i nostri orologi.
Eppure, proprio qui, l’uomo ha convissuto con gli (altri) animali per millenni: le pitture rupestri che Sandra ci mostra raccontano storie di cacciatori e raccoglitori vissuti nell’area del Kruger.

Safari in modalità self-drive
Presa dimestichezza con le strade del parco, viviamo il secondo e il terzo giorno di safari self-drive, ossia in autonomia, a bordo della nostra auto a noleggio, una fiammante Honda Ballade.
È ora di far tesoro degli avvertimenti di Sandra: mai scendere dal mezzo, se non nei rest camp e nei pochi punti segnalati in cui è possibile farlo; vietato disturbare gli animali o dar loro da mangiare; mai superare i limiti di velocità (variabili da 20 a 50 km/h a seconda della tratta); mai compiere manovre improvvise o rumorose, per garantire l’incolumità degli animali… oltre che la nostra.
Viaggiamo nella parte meridionale del Kruger, la più visitata e accessibile, ma anche quella a più alta concentrazione di fauna. L’esperienza è entusiasmante.



Il cielo resta coperto per buona parte delle giornate e gli animali apprezzano: escono facilmente allo scoperto anche nelle ore centrali.


Per sgranchire le gambe e rifocillarci sostiamo in due campi interni al parco, Lower Sabie e Skukuza, aree recintate, off limits per gli animali più pericolosi. Sono dotate di alloggi, ma anche di servizi, negozietti e bar accessibili a chi non vi soggiorna. Facciamo tappa di tanto in tanto, scambiamo due chiacchiere con gli altri visitatori e i ranger, ci confrontiamo sugli avvistamenti, cartina alla mano.
Poi via, di nuovo in moto. Seguiamo la scia di un gruppo che procede convinto in una direzione, d’improvviso viriamo, rapiti da un movimento intercettato con la coda dell’occhio.
Alla ricerca dei Big Five, ma non solo
Frughiamo sino all’orizzonte in cerca dei Big Five, i cinque grandi mammiferi della savana, i più “ambiti” dalle fotocamere (e non solo, purtroppo): bufalo, elefante, leone, leopardo e rinoceronte.


Li vediamo tutti, alcuni a debita distanza, altri a pochi passi da noi, ma il safari – ormai sarà chiaro anche a te – non può certo ridursi a una to do list da completare: visto, visto, questo mi manca.
Avvistare gli animali – qualsiasi animale – muoversi nel loro mondo, intercettarne gli istinti, vederli comunicare tra loro, combattere, cibarsi, procedere con sicurezza o con circospezione. È questa la vera bellezza.



Una mandria di bufali bruca i cespugli alla nostra destra. Il manto maculato di un leopardo, sul tronco di un albero a terra, brilla nell’intrico di rami, lontano.

Ad uno stagno si abbeverano alcuni impala, si guardano intorno inquieti, fiutano il pericolo – sono in agguato i coccodrilli – scattano, poi ritornano.

Babbuini urlanti si muovono indisturbati a ciglio strada, un gruppetto di zebre trotta poco distante.



Un leone, seminascosto tra l’erba alta e secca, si gusta pigramente un kudu rovesciato a terra, mentre un altro leone, già sazio, riposa lì accanto. Siamo a una buona distanza eppure avvertiamo nitido il rumore lacerante della carne strapparsi. In alto, sui rami secchi di un vecchio albero, gli avvoltoi seguono la scena, pronti a fiondarsi su ciò che resterà del banchetto.


Il tempo al Kruger vola più che altrove. Troppo in fretta arriva l’ora di salutare la savana africana.
Il sole, rimasto al coperto delle nuvole per buona parte di queste giornate, torna a salutarci al tramonto. Infuoca il cielo, poi si spegne sulle piantagioni di canna da zucchero fuori dai cancelli del Crocodile Bridge Gate.

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Spero di averti fatto assaporare l’atmosfera di un safari in Sudafrica. Tu sei mai stat* al Kruger o in un altro parco africano in cerca di meraviglie della natura?
Fammi sapere nei commenti, se ti va, e scrivimi se hai bisogno di qualche suggerimento per organizzare il tuo viaggio in Sudafrica.
Ti lascio qui alcuni link utili, ti consiglio di consultarli prima di partire:
- Pagina web dedicata al Kruger sul sito ufficiale dell’Ente del turismo sudafricano (in italiano)
- Sito web ufficiale del Kruger National Park (in inglese)
- Piattaforma web per confrontare i prezzi delle migliori compagnie di noleggio auto e scegliere l’offerta più adatta alle tue esigenze
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