Matera, una conchiglia mi disse… [parte 1]

Cultura Italia
online da
10/11/2017

Matera è un rincorrersi di sguardi e sospiri. Di ricordi sbiaditi che si nascondono fra Sassi millenari, tornano alla luce, si perdono, si ritrovano poco più in là. Che ne dici di inseguire queste tracce? Di respirare da vicino l’animo antico di Matera? Ho scovato una “testimone speciale” della città…

Sarà lei a guidarci in un turbine di emozioni contrastanti, fra incanto e sconcerto. Siete pronti? Lascio la parola a lei.

* * *

Una conchiglia, che c’è di strano?

Sono sveglia da un po’ e mi godo la città in solitudine, prima che sia inondata di sole e gente. Ora che manca poco all’alba, Matera è tutta mia. Il cielo è screziato di lilla e arancio e io scricchiolo di gioia, un po’ assetata di acqua e sale, ma pronta a brillare al primo raggio di sole.

Non mi sono presentata, chiedo scusa. Sono una conchiglia.

So che vi state chiedendo “Che ci fa una conchiglia a Matera?” (che sia parlante non vi stupirà, naturalmente 😉). Non mi ci ha portata un vento burrascoso, né un bambino di ritorno dall’ultima gita estiva sullo Ionio. Sono qui, semplicemente, da tanto di quel tempo che non saprei dire con esattezza quanto.

E non sono mica sola. Siamo parecchie, ci chiamano “fossili”, ma noi siamo conchiglie! Un po’ acciaccate e consumate dal tempo, ma pur sempre conchiglie.

Le persone passano, ammirano la città e non si accorgono neppure di me. Ma qualcuno che si ferma c’è. Si avvicina, stringe gli occhi e mi indica con sorpresa: “Una conchiglia!”.

Milioni di anni fa, mi avvolgeva l’immensità del mare, poi la terra si è mossa, tutto è cambiato e io sono rimasta intrappolata qui senz’acqua. Con il tempo, molto lentamente, ho imparato ad apprezzare il soffio leggero del vento.

Conchiglia a Matera

Città di pietra dall’Età della pietra

Ho visto nascere e crescere la città, ho osservato gli uomini passare, scavare, stabilirsi, costruire, ho visto il mondo andar veloce.

Veloce come la notte che adesso sta scivolando via, come il chiarore che si spande, riflettendo intorno a me il bianco sbiadito del centro storico. Inizia un nuovo giorno nella mia città. Un giorno come ogni altro, dopo milioni di altri. Io li ho vissuti sul mio guscio uno ad uno e – anche se mi sembra ieri… 😅👵 – sono ormai diecimila gli anni di Matera.

Ho sentito una guida raccontarlo ad un gruppo di forestieri: Matera è una delle più antiche città del mondo ad essere abitate in maniera continuativa sino ad oggi. Secondo alcuni, la terza dopo Aleppo e Gerico.

Io mi trovo ai margini del nucleo originario della città, tra i Sassi: grotte popolate sin dall’Età della pietra, ambienti scavati nel tufo (calcarenite arenaria, per la precisione) e, in seguito, chiusi frontalmente da muri di bianco sporco.

Credo che fu proprio la facilità di lavorare una roccia friabile come il tufo a convincere gli uomini preistorici a stabilirsi in questo luogo selvaggio e all’apparenza privo di prospettive, sull’altopiano aspro delle Murge.

Un mosaico color dell’avorio

Non mi stancherei mai di contemplare i Sassi, un concentrato unico al mondo di piccole case incastrate le une sulle altre, che creano una fitta trama a mosaico color dell’avorio, sfumato a tratti nel grigio, a tratti nel rosa. Roccia, mattoni, tegole dei tetti, nulla sfugge a questa tenue monocromia diffusa.

Amo osservare il saliscendi delle vie: mi ricordano le onde del mare. E i fichi d’India che fanno il solletico all’ingresso delle case-grotte.

Adoro le piccole traverse di Via Buozzi, le scale in pietra che si arrampicano e scendono in piccole curve a collegare i piani sfalsati della città. Un gradino su, tre giù, ancora su e di nuovo giù, fino a piazza San Pietro Caveoso. Sotto, il vuoto: la piazza si affaccia direttamente sullo strapiombo della Gravina di Matera, un canyon attraversato dal torrente Gravina.

Il passato artigiano (ri)vive

In fondo alla piazza, dietro la Chiesa di San Pietro Caveoso ombreggiata dallo sperone roccioso del Monterrone, s’intrufola Vico Solitario. La  viuzza costeggia il precipizio della Gravina, offrendosi come ultimo avamposto alle case-grotte e botteghe artigiane in procinto di gettarsi, impavide, nel dirupo.

È qui che rivivono le tradizioni materane. Vibrano i tamburi a frizione “cupa cupa” e risuonano i “cucù”, fischietti in argilla a forma di gallo, ora venduti come souvenir ma un tempo regalati alle ragazze come pegno d’amore.

I morti sopra i vivi

Là dove finisce Vico Solitario, si solleva la rupe di Santa Lucia alle Malve. Dev’essere faticoso salirci, ma il belvedere – ho sentito dire dai forestieri – è straordinario. Straordinario benché inquietante: sulla piana che chiude la sommità della rupe si srotola una necropoli di epoca longobarda nota come Cimitero barbarico. O quel che ne rimane.

La gente ci cammina sopra e ammira la suggestione dell’altopiano murgico senza badare a null’altro, senza pensare che sotto i piedi ci sono i resti di tombe e senza riflettere che, sotto ancora, il cuore della rupe di Santa Lucia alle Malve è trafitto da un labirinto di case-grotte. I cimiteri sopra le case, i morti sopra i vivi, questa è Matera.

* * *

Il viaggio non finisce qui. Andate alla seconda parte del racconto 👉 Matera, una conchiglia mi disse… [parte 2]. E se questo post vi è piaciuto, condividetelo sui social: la conchiglia dice che farebbe volentieri il giro del mondo (online)! 🎒

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FRANCESCA VINAI
Italia

Ciao! Dietro Takeanyway ci sono io: viaggiatrice, giornalista e creativa. Su questo travel blog non trovate consigli pratici o recensioni, ma emozioni. Trovate scorci, sguardi, percorsi e pensieri in giro per il mondo. Viaggio per scoprire in punta di piedi luoghi e popoli vicini e lontani e per raccontarveli con parole e immagini. Lasciatevi ispirare e fate buon viaggio!

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