Che ne sarà dei viaggi? Dei viaggi intrapresi per svago, curiosità, piacere. Che ne sarà di noi viaggiatori, cercatori di sguardi e chiacchiere, esploratori di usanze e storie?
Che ne sarà delle mappe contemplate, degli itinerari tracciati, delle “orecchie” alle pagine su una guida turistica? Che ne sarà del desiderio bruciante di vivere un luogo dopo averlo assaporato in un libro? Che ne sarà dei biglietti in mano, della valigia sulla soglia di casa, dello zaino in spalla? Che ne sarà del cuore leggero prima della partenza?
Ancor più, che ne sarà della libertà di essere qui o là, indifferentemente? Di attraversare frontiere, scambiarsi idee, abbracciare parole e abitudini che non ci appartengono? Che ne sarà del dire, fare, pensare ciò che si vuole?
Guerre invisibili e guerre social
Il cielo sopra di noi non promette nulla di buono. Giorno dopo giorno, la certezza di una sana, metodica normalità si sgretola, insidiata dal tarlo dei carri armati in marcia, dei mitra in strada, di un assedio illuminato dal fuoco di raid notturni.
Dietro l’angolo c’è la guerra, non un’ennesima guerra: pensiero spregevole ma sincero. Perché ogni guerra è orrenda ma qualcuna, allo sguardo di noi occidentali, è più orrenda di altre, più vicina per geografia, storia, posta in gioco.
Quanti di noi hanno mai viaggiato con il pensiero rivolto alle minoranze oppresse, alle esecuzioni in strada, alle scorribande del terrore sparse in ogni angolo del mondo? Quanti di noi, nella scelta di una nuova meta, hanno scansato rotte dichiaratamente o velatamente insicure?
Quante guerre dimenticate, quante addirittura sconosciute. Guerre combattute all’ombra dei media e dei social, dietro una cortina di indifferenza. Guerre di terroristi, di anarchici, di narcotrafficanti, di ribelli. Guerre subdole, meno eclatanti di quelle studiate sui banchi di scuola, ma egualmente distruttrici di sogni, speranze, vita.
E poi c’è la guerra che scoppia alle porte dell’Unione europea e agita lo spettro della distruzione atomica. Cose dell’altro secolo che mai avremmo immaginato di vivere sulla nostra pelle. Cresce la paura di un’escalation senza ritorno, contagio dilagante per il quale non esistono vaccini né possono esserne creati in laboratorio.
Mascherine al vento
E veniamo a ciò che più rattrista noi viaggiatori: venti di guerra prendono a soffiare sulle nostre teste quando un’altra guerra, invisibile ma pur sempre orribile, da oltre due anni incatena i nostri sorrisi dietro le mascherine, ci obbliga al sacrificio, ci fa piangere morti, ci fa infuriare per i troppi disertori che negano il pericolo, le morti, la necessità di vaccinarsi.
Quella del Covid è stata una guerra improvvisa, silenziosa, impietosa. Una guerra che, forse, stiamo finalmente vincendo. Ma non hanno fatto in tempo a diradarsi le nuvole della pandemia che altre nubi, basse e cupe, si sono addensate nel nostro cielo.
Via le mascherine, chi se le ricorda più? Ecco che c’è un’altra minaccia da affrontare e mozza il fiato. Non ha cura possibile, se non il buon senso di vivere un mondo solo. E di averne uno soltanto da lasciare intatto ai nostri figli.
Guerre da dire e da non fare
Guardo la mia Vittoria, dieci mesi appena, e mi chiedo cos’ha in serbo il destino per lei, per la sua generazione. Mi chiedo se potrà viaggiare in libertà, se potrà fare il lavoro dei suoi sogni, se potrà esprimersi in tutta la sua sprizzante gioia.
Di fronte all’evidenza del male come potrò rispondere ai suoi “perché”? Non ne ho idea. Ma per la domanda principale ho pronta la risposta: “La guerra? È una cosa da non fare mai”.
“Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.
Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.
Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra.”
– Gianni Rodari –

