Gente di Viñales: chiacchiere tra i mogotes a Cuba

Cuba Popoli
online da
13/06/2018

La valle dei mogotes a Cuba è sfolgorante. È natura primordiale, ammansita da un popolo generoso di sorrisi e parole. Ti porto nelle campagne di Viñales, a sud dell’Avana. Ci aspettano incontri sotto le stelle e sotto il sole, chiacchiere lievi e riflessioni. Ci stai?

Con un cubano sotto le stelle

È tarda sera quando si siede al nostro tavolo. Siamo rimasti i soli avventori nel suo ristorante, dopo una cena a base di langosta, moros y cristianos (aragosta con riso bianco e fagioli neri).

Porta in tavola una bottiglia di rum e prende posto accanto a noi. Il gesto è sicuro quando versa il liquido ambrato nel bicchiere di vetro ingiallito che ha preso per sé. Chiede se ne vogliamo. Io rifiuto – non amo il rum – però mi incuriosisce guardarlo mentre lo sorseggia.

Si chiama Umberto, sulla cinquantina su per giù. Ha la voce roca, rotta da frequenti colpi di tosse. Per via dei sigari, immagino; ne fuma quattro o cinque al giorno sotto quei folti baffi e, di fronte alla mia espressione incredula, si giustifica con un semplice “Yo soy cubano”. Cubano sì, ma dai tratti asiatici: il taglio allungato degli occhi ne tradisce l’origine orientale. Nonno cinese, precisa lui.

Parla uno spagnolo veloce, Umberto, fatto di parole tronche. Chiede di noi, se Cuba ci piace, dove siamo diretti. Noi gli chiediamo di lui, se Cuba gli piace, dov’è diretta l’isola.

Castro, ideali fra luci e ombre

Sono curiosa di sapere cosa pensa di Fidel Castro – la chiacchierata risale a qualche mese prima della scomparsa del Líder Máximo – ma lui abbassa la voce e lo sguardo, diffidente. Forse il castrismo è conclamato con orgoglio soltanto sulle insegne che affollano i cigli delle strade, sia nelle città che nelle campagne, in una parata di patriottismo che celebra i valori rivoluzionari e la libertà dai dettami del capitalismo occidentale.

Cuba presto cambierà –  sussurra Umberto – forse in meglio, forse in peggio. Difficile stabilirlo per chi è nato dopo la rivoluzione del 1959 e ha sempre vissuto sotto l’egida dei Castro.

Il socialismo è un buon ideale – ci confessa – ma la pratica, il mondo vero è un’altra storia. È a disagio e taglia corto con un’ultima, amara ammissione: “La politica divide le famiglie”. Il riferimento è al figlio, che ha lasciato Cuba e scelto gli Stati Uniti.

Le lanterne accese nella terrazza del paladar sfidano il buio fitto della notte e scavano la fronte del nostro oste di rughe e turbamenti. Sopra di noi una trapunta di stelle pulsanti, libere per davvero – loro sì – più di ogni ideale, sopra ogni pensiero.

Si cambia registro. Umberto ci chiede dei nostri giorni all’Avana, ascolta divertito il nostro itinerario sulle strade di Cuba, ma storce il naso quando sente parlare di Santiago, all’estremità opposta dell’isola. Chiarita la rivalità tra i cubani dell’Ovest e i cubani dell’Est, rido al pensiero che ogni Paese ha il suo “Nord” e il suo “Sud” in eterno conflitto.

C’era una volta la campagna

Non vorremmo lasciare Viñales senza prima aver visitato una finca, una delle fattorie che punteggiano la lussureggiante valle dei mogotes. Umberto ci consiglia quella dell’amico Benito.

Afferra uno dei tovaglioli di carta rimasti sul tavolo a fine cena e ci disegna sopra alcune indicazioni. Partiamo la mattina seguente, tovagliolo alla mano.

Attraversiamo la valle di Viñales in cerca di Benito, fra distese coltivate a tabacco e colline che spuntano dalla piana come panettoni appena lievitati, i mogotes.

Nel cuore verde dell’Ovest cubano viaggiamo su sottili nastri d’asfalto, sorpassando di tanto in tanto lenti carretti trainati da buoi o cavalli.

Lungo i cigli delle strade si raccolgono a gruppetti le abitazioni. Sono colorate, ad un solo piano, tutte con un paio di sedie a dondolo nel piccolo portico all’ingresso.

Nel silenzio della campagna, alcune casette sono vuote, altre vive di voci che vanno e vengono dalla porta principale lasciata aperta (abitudine molto diffusa a Cuba, di cui ho raccontato nel post Sulle strade di Cuba, mille e una porta).

Cappello di paglia sul capo, abiti da lavoro color zucchero di canna, coltelli appesi in vita nelle rispettive fondine, stivali chiari in gomma, baffi grigio tortora e un sorriso gioviale. Ci accoglie così Benito, l’amico di Umberto.

Con lui visitiamo il secador, grande costruzione in legno e foglie di palma, in cui sono appese ad essiccare le foglie di tabacco della sua piantagione. Nella fresca penombra del secador, l’aroma pungente del tabacco mi riempie le narici mentre Benito ci mostra come arrotolare a mano un sigaro. Compiaciuto, ci confida di vendere allo Stato il 90% del tabacco che produce e di tenere per sé il restante 20%. E i conti – assicura con un sorriso sghembo – li sa fare bene.

In cerca della fattoria perduta

Credi che per arrivare a Benito ci siano bastate le indicazioni di Umberto sul tovagliolo di carta? Purtroppo no. O meglio, sì che sarebbero bastate, però noi senza navigatore abbiamo perso in fretta la bussola. Maledetto GPS che, negli anni, ci ha resi pecore smarrite.

Abbiamo iniziato a chiedere aiuto ai passanti. Chi ci ha condotto da un altro Benito, chi non lo conosceva affatto, chi ha provato a spiegarci come raggiungerlo, senza successo.

Quando stavamo per perdere ogni speranza, abbiamo bussato alla porta di una graziosa casetta lungo la strada per i Dos Hermanas, la via che conduce al Mural de la Prehistoria, sfregio sulla parete di un mogote voluto da Fidel Castro.

Ad aprirci un’anziana signora che, per nulla insospettita dalla presenza di stranieri sulla soglia di casa, ci ha spiegato senza esitazioni come raggiungere il “nostro” Benito. Benito Torres, naturalmente. Io non ho potuto fare a meno di gettare un rapido sguardo dentro casa.

Le persiane alla veneziana e nessun vetro a protezione delle finestre. Un ventilatore lasciato in moto a ronzare, una piccola TV spenta davanti ad un salottino in vimini. Il soffitto con travi a vista in legno bianco. Una porticina aperta sul retro e una brezza a sollevarne la tenda leggera: al di là, una macchia di verde squillante, forse un piccolo giardino o un orticello. Armonia impareggiabile.

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4 commenti
  1. Rispondi

    Giogio

    29/08/2018

    Bel articolo descrivi appieno le suggestioni di Cuba. Belle anche le foto!!

    • Rispondi

      francivinai

      29/08/2018

      Grazie! Felice di averti trasmesso impressioni ed emozioni al ritmo (lento) di Cuba 😊

  2. Rispondi

    giuseppina serafino

    31/08/2018

    Non potendoci andare direttamente, mi consolo con il tuo bel post.

    • Rispondi

      francivinai

      31/08/2018

      Nessun orizzonte è troppo lontano… mai dire mai! 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

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