Gente di Viñales: chiacchiere tra i mogotes a Cuba

Cuba Popoli
online da
02/07/2018

La valle dei mogotes, a Cuba, è sfolgorante. È natura primordiale, ammansita da un popolo generoso di sorrisi e parole. Vi porto nelle campagne di Viñales, a due ore e mezza di strada dall’Avana, nell’estremità occidentale dell’isola.

Ci aspettano incontri sotto le stelle e sotto il sole, chiacchiere lievi e riflessioni. Pronti?

Un paladar sotto le stelle

È tarda sera quando si siede al nostro tavolo. Siamo rimasti i soli avventori nel suo piccolo ristorante a cielo aperto, un paladar a Viñales dove abbiamo gustato langosta, moros y cristianos (aragosta con riso bianco e fagioli neri).

Porta in tavola una bottiglia di rum e prende posto accanto a noi. Il gesto è sicuro quando versa il liquido ambrato nei bicchieri di vetro ingiallito.

Si chiama Umberto, sulla cinquantina su per giù. Ha la voce roca, rotta da frequenti colpi di tosse. Per via dei sigari, immagino; ne fuma quattro o cinque al giorno sotto quei folti baffi e, di fronte alla mia espressione sbalordita, si giustifica con un semplice Yo soy cubano.

Cubano sì, ma dai tratti asiatici: il taglio allungato degli occhi ne tradisce l’origine orientale. Nonno cinese, precisa lui.

Parla uno spagnolo veloce, Umberto, fatto di parole tronche. Chiede di noi, se Cuba ci piace, dove siamo diretti. Noi gli chiediamo di lui, se Cuba gli piace, dov’è diretta l’isola.

Ideali fra luci e ombre

Sono curiosa di sapere cosa pensa di Fidel Castro – la chiacchierata risale a qualche mese prima della scomparsa del Líder Máximo – ma lui abbassa la voce e lo sguardo, diffidente.

Forse il castrismo è conclamato con orgoglio soltanto sulle insegne che affollano i cigli delle strade cubane, in una parata di patriottismo che celebra i valori rivoluzionari e la libertà dai dettami del capitalismo occidentale.

Cuba presto cambierà – sussurra Umberto – forse in meglio, forse in peggio. Difficile stabilirlo per chi è nato dopo la rivoluzione del 1959 e ha sempre vissuto sotto l’egida dei Castro.

Il socialismo – ci confessa – è un buon ideale, ma il mondo vero è un’altra storia. E taglia corto con un’ultima, amara ammissione: la politica divide le famiglie. Il riferimento è al figlio, che ha lasciato Cuba e scelto gli Stati Uniti.

Un alito di vento soffia tra i tavoli vuoti del paladar. Le lanterne accese sfidano il buio fitto della notte e scavano la fronte del nostro oste di rughe e turbamenti. Sopra di noi una trapunta di stelle pulsanti, libere per davvero – loro sì – più di ogni ideale, sopra ogni pensiero.

Si cambia registro. Umberto ci chiede dei nostri giorni all’Avana, ascolta divertito il nostro itinerario sulle strade di Cuba, ma storce il naso quando sente parlare di Santiago, all’estremità opposta dell’isola.

Chiarita la rivalità tra i cubani dell’Ovest e i cubani dell’Est, rido al pensiero che ogni Paese ha il suo “Nord” e il suo “Sud” in eterno conflitto.

La valle dei mogotes

Confidiamo ad Umberto che non vorremmo lasciare Viñales senza prima aver visitato una finca, una delle fattorie che punteggiano il cuore verde dell’Ovest cubano. E lui ci consiglia quella dell’amico Benito.

Afferra uno dei tovaglioli di carta rimasti sul tavolo a fine cena e ci disegna sopra alcune indicazioni. Partiamo la mattina seguente, tovagliolo alla mano.

Attraversiamo la lussureggiante valle di Viñales in cerca di Benito, fra distese coltivate a tabacco e colline che spuntano dalla piana come panettoni appena lievitati, i mogotes.

Viaggiamo su sottili nastri d’asfalto, sorpassando di tanto in tanto lenti carretti trainati da buoi o cavalli.

Lungo i cigli delle strade si raccolgono a gruppetti le abitazioni. Sono colorate, ad un solo piano, tutte con un paio di sedie a dondolo nel piccolo portico all’ingresso.

Nel silenzio della campagna, alcune casette sono vuote, altre vive di voci che vanno e vengono dalla porta principale lasciata aperta (abitudine molto diffusa a Cuba, di cui ho raccontato nel post Sulle strade di Cuba, mille e una porta).

La visita alla finca

Arriviamo alla finca di Benito. Cappello di paglia sul capo, abiti da lavoro color zucchero di canna, coltelli appesi in vita nelle rispettive fondine, stivali chiari in gomma, baffi grigio tortora e un sorriso gioviale. Ci accoglie così l’amico di Umberto.

Con lui visitiamo il secador, grande costruzione in legno e foglie di palma, in cui sono appese ad essiccare le foglie di tabacco della sua piantagione.

Nella fresca penombra del secador, l’aroma pungente del tabacco mi riempie le narici mentre Benito ci mostra come arrotolare a mano un sigaro. Nel mentre, ci confida di vendere allo Stato il 90% del tabacco che produce e di tenere per sé il restante 20%. E i conti – assicura con un sorriso sghembo – li sa fare bene!

La fattoria perduta

Credete che per arrivare a Benito ci siano bastate le indicazioni di Umberto sul tovagliolo di carta? Vorrei dirvi di sì, ma devo deludervi. O meglio, sì che sarebbero bastate, però senza navigatore abbiamo perso in fretta la bussola. Maledetto GPS che, negli anni, ci ha resi pecore smarrite!

Così, abbiamo iniziato a chiedere aiuto ai passanti. Chi ci ha condotto da un altro Benito, chi non ne conosceva affatto, di Benito.

Quando stavamo per perdere ogni speranza, abbiamo bussato alla porta di una graziosa casetta lungo la strada che conduce al Mural de la Prehistoria, sfregio di colori sgargianti voluto da Fidel Castro sulla parete di un mogote.

Ad aprirci un’anziana signora che, per nulla insospettita dalla presenza di stranieri sulla soglia di casa, ci ha spiegato senza esitazioni come raggiungere il Benito Torres che di lì a poco avremmo conosciuto. Io non ho potuto fare a meno di gettare un rapido sguardo dentro casa.

Le persiane alla veneziana e nessun vetro a protezione delle finestre. Un ventilatore lasciato in moto a ronzare, una piccola TV spenta davanti ad un salottino in vimini. Il soffitto con travi a vista in legno bianco. Una porticina aperta sul retro e una brezza a sollevarne la tenda leggera: al di là, una macchia di verde squillante, forse un piccolo giardino o un orticello.

Armonia impareggiabile ai confini occidentali di Cuba. Un piccolo mondo pronto a schiudersi alla curiosità di altri mondi.

Avete amato quest’angolino di Cuba? Lasciate un commento qui sotto e condividete il post! 😉

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4 commenti
  1. Rispondi

    Giogio

    29/08/2018

    Bel articolo descrivi appieno le suggestioni di Cuba. Belle anche le foto!!

    • Rispondi

      francivinai

      29/08/2018

      Grazie! Felice di averti trasmesso impressioni ed emozioni al ritmo (lento) di Cuba 😊

  2. Rispondi

    giuseppina serafino

    31/08/2018

    Non potendoci andare direttamente, mi consolo con il tuo bel post.

    • Rispondi

      francivinai

      31/08/2018

      Nessun orizzonte è troppo lontano… mai dire mai! 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

Ciao! Dietro Takeanyway ci sono io: viaggiatrice, giornalista e creativa. Su questo travel blog non trovate consigli pratici o recensioni, ma emozioni. Trovate scorci, sguardi, percorsi e pensieri in giro per il mondo. Viaggio per abbattere frontiere, per scoprire in punta di piedi luoghi e popoli vicini e lontani e raccontarveli qui. Lasciatevi ispirare e fate buon viaggio!

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