Sulle strade di Cuba, mille e una porta

Cuba Popoli
online da
20/02/2018

Tutte in legno, verniciate di pastello o colori fluo, più o meno antiche, coperte da un leggero velo di polvere che si insinua nelle cesellature. Ognuna diversa dalle altre eppure tutte così simili, le scopro passeggiando per l’Avana vecchia, perdendomi nei meandri di Trinidad, per le strade di Camaguey e Cienfuegos, lungo i saliscendi di Santiago de Cuba, ai lati delle vie polverose di Viñales.

Sono le porte di Cuba, la vera anima di Cuba, cuore pulsante della vita isolana.

Porte aperte, passaggi e non confini

Nelle maggiori vie storiche delle città, le porte segnano l’ingresso di palazzi coloniali in decadenza, massicce e pesanti, così alte che si fa fatica a schiuderne i battenti.

Nelle schiere di bassi edifici ad un piano, sono leggere e cigolanti, molte con finestra a ribalta incorporata. Recintate da eleganti volute in ferro o da sbarre modellate nel legno, se ne stanno in mostra come canarini in gabbia.

A volte sono allo stesso livello della via su cui si affacciano, altre volte un gradino o due sopra. Ma sempre comunicanti con il mondo esterno, perché a Cuba le porte non sono confini ma passaggi. Sono ponti tra ciò che è dentro e ciò che è fuori casa; un unicum, in pratica, considerato che queste porte sono quasi sempre aperte.

Tracce del tempo che fu

Nei nuclei originari delle città, come La Habana Vieja all’Avana, stradine sconnesse corrono fra palazzi che parlano di un remoto splendore coloniale. Ricchi fregi in bassorilievo decorano la parte alta delle facciate, mentre inferriate arrugginite proteggono con piroette porte e finestre.

Giallo, azzurro, rosa, verde corrono a singhiozzo lungo i muri delle vie: dove l’intonaco resiste, i colori scandiscono il ritmo fra il grigiore sparso del tempo che scrosta, inesorabile.

Qua e là, a fianco dei portoni, murales rivoluzionari – una bandiera cubana, il volto inconfondibile del Che, Viva la revolución – e qualche impalcatura improvvisata a puntellare balconi barocchi o neoclassici acciaccati dal tempo, da cui svolazzano panni stesi. Sì, perché – contro ogni mia aspettativa – la gente qui ci vive.

Accanto agli edifici decrepiti lasciati a cadere, soli, senza più il baluardo di una porta, ci sono quelli che muoiono fuori dalle porte ma trattengono la vita dentro: ospitano voci e corse di bambini, echeggi di pettegolezzi sussurrati e sguardi rubati.

Tutt’intorno si sparge un’atmosfera surreale, in bilico tra indolenza e fierezza.

Salotti sull’uscio di casa

Ovunque a Cuba le porte sono scenografie di salotti imbastiti per strada: la gente ama stare sull’uscio di casa, in piedi, accovacciata sui gradini o seduta su una seggiola trascinata fuori per l’occasione. Chi studia i passanti, chi chiacchiera con i vicini, chi resta in silenzio con un sigaro in mano, chi sorveglia i bambini intenti a calciare e inseguire una pallina di carta. E chi non fa nulla se non riposare, come le signore che a Viñales stanno sulle sedie a dondolo nel piccolo portico davanti alla porta di casa, nella calura che si stempera al tramonto (trovi qui il mio racconto su Viñales: Gente di Viñales: chiacchiere tra i mogotes a Cuba).

Naturalmente io non mi accontento di vedere cosa c’è fuori, sono curiosa di sapere cosa ci sia dietro le porte e sbircio ogni volta che posso.

Nelle case ad un piano si aprono soggiorni allestiti su pavimenti piastrellati d’altri tempi, un vecchio televisore nell’angolo, un quadro di Che Guevara o Fidel Castro, poltrone polverose e centrini in pizzo.

Nei grandi palazzi, dietro i portoni socchiusi si nascondono scale che salgono ripide nella penombra. Gli androni sono così stretti da non lasciarne intravedere la fine; chissà quanti passi le hanno sfiorate leggeri o colpite con foga, chissà dove portano. Vorrei farmi guidare fino in cima e sbirciare dentro le stanze in cui conducono; ma non ho il coraggio di varcare l’ingresso. Per me, sì, la porta resta un confine, sospiro e lavoro di fantasia.

Attesa lunga, tempi fiacchi

Durante i miei giorni cubani, mi si presenta una buona occasione per oziare in strada al limitare di una porta, come un vero cubano. In realtà, la mia è una sosta obbligata: con i miei compagni di viaggio aspetto che arrivi il proprietario del garage in cui metteremo al riparo per la notte la nostra Geely, auto a noleggio Made in China.

In una via dell’assolata Trinidad, me ne sto per un po’ seduta sul gradino più basso davanti alla porta della casa particular in cui soggiorniamo.

Conto i ciottoli della via, asimmetrici, sparsi in un saliscendi continuo; brillano sotto il sole, oscurati di tanto in tanto dalle ombre di gambe che passano. Vedo caviglie piegarsi e sorrido: non sono certo di un cubano, ma di qualcuno come me non abituato a passeggiare su un tappeto di pietre tondeggianti.

Passa un’auto anni Cinquanta, scia di fumo nero al seguito; ne ho viste moltissime, ma non smettono di sorprendermi. Poco dopo un carretto sgangherato, trainato da un cavallo color cioccolato.

Sul lato opposto della via, le tinte delle case scorrono davanti al mio sguardo in rapida successione: celeste, verde oliva, ocra, turchese, verde acqua, rosa antico. E poi fucsia, giallo squillante, verde smeraldo, blu, arancio, fino in fondo alla via, fin dove arriva il mio sguardo. È un tripudio di buonumore che si rinnova casa dopo casa, incrocio dopo incrocio, in una sequenza sempre diversa, eppure così uguale.

Saluti, sorrisi e melodie

Interessante scoprire Cuba da seduta, sì, ma io preferisco muovermi, fare, scrutare. Soprattutto di buon mattino, quando le strade sono dei loro abitanti soltanto.

Sotto i raggi di un sole basso che fa l’occhiolino da sotto le nuvole, amo camminare senza una meta precisa, cercando di passare inosservata tra i passanti, impresa più che impegnativa con fotocamera al collo.

Pian piano mi avvolge una sinfonia di voci, saluti e sorrisi sulle porte di casa, protette e ornate da ringhiere in ferro bianco. Una ad una si aprono con un gemito, è ora di andare a scuola. Una bambina, divisa bianca e bordeaux addosso, dà un bacio al papà prima di partire in bici. Un bambino saltella al fianco della madre, aeroplanino in mano. Un altro corre verso un negozietto con spuntini pronti sul bancone, i muri intorno mezzo scrostati.

Più tardi, con il sole alto e l’aria calda del giorno maturo, risuoneranno tra le vie dolci melodie. Rimbalzeranno da muro a muro, porta dopo porta. Te amo… Eternamente, Yolanda… 🎶

***

Arriveranno presto nuovi racconti Takeanyway dedicati a Cuba. Intanto fammi sapere nei commenti qui sotto se questo ti è piaciuto e condividilo! 😎

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2 commenti
  1. Rispondi

    One Two Frida

    16/04/2018

    Ti devo fare i complimenti, tra i post in concorso questo è uno dei più belli! O almeno uno tra quelli che mi è piaciuto di più! Felice di averti scoperta e in bocca al lupo per il concorso!

    • Rispondi

      francivinai

      16/04/2018

      Ti ringrazio tantissimo, mi fa un enorme piacere! 😍 Faccio anche a te un grande in bocca al lupo, ho amato il tuo sogno ad occhi aperti sul prato fiorito! 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

Ciao! Dietro Takeanyway ci sono io: viaggiatrice, giornalista e creativa. Su questo travel blog non trovate consigli pratici o recensioni, ma emozioni. Trovate scorci, sguardi, percorsi e pensieri in giro per il mondo. Viaggio per scoprire in punta di piedi luoghi e popoli vicini e lontani e per raccontarveli con parole e immagini. Lasciatevi ispirare e fate buon viaggio!

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