Amsterdam, l’Alloggio segreto: i sogni in gabbia di Anne Frank

Cultura Olanda
online da
27/01/2018

Non si può che entrare in punta di piedi nell’Alloggio segreto. Nel cuore di Amsterdam, la casa di Anne Frank è un rincorrersi claustrofobico di storia, impressioni e sogni in gabbia. Il cuore si fa pesante, non serve immaginare, pensare: si vede, si sente, ci si cammina, nel labirinto di stanze spoglie.

Se volete, vi ci porto con me per qualche minuto, teniamoci per mano.

Una storia di ordinaria follia

Fuori è un palazzo austero e ordinato, non diverso dagli altri affacciati sul Prinsengracht (uno dei principali canali cittadini, di cui ho raccontato nel post Amsterdam, a spasso tra canali e curiosità). Passerebbe inosservato, non fosse per il lungo serpente di persone ai suoi piedi, in attesa di entrarci.

Oggi è una casa-museo, ma ci fu un tempo in cui ospitava i locali di un’impresa, poi di due. C’erano un magazzino, gli uffici e un deposito. C’erano gli impiegati e i magazzinieri e c’era un titolare sempre affaccendato. Sì, perché lavorava sodo Otto Frank, ebreo tedesco emigrato in Olanda negli anni Trenta per scampare all’avanzata al potere di Hitler e dell’antisemitismo in Germania.

Una moglie e due figlie piccole da crescere (Margot e Anne), Otto scelse Amsterdam per ricostruire da capo la vita della sua famiglia. Aprì, una dopo l’altra, due aziende, entrambe con sede al numero 263 del Prinsengracht; la prima vendeva un composto per preparare la marmellata in casa, la seconda produceva una miscela di spezie per le carni.

Ma la serenità no, non poté garantirla per sé e le sue donne. I tedeschi fecero loro l’Olanda, le leggi razziali si imposero e i Frank, fallito il tentativo di fuggire in America, nel 1942 entrarono in clandestinità.

Restarono in città nascondendosi nel palazzo sul Prinsengracht che, oltre ai locali ad uso aziendale affacciati sul canale, ne contava di vuoti sul retro. Da un lato continuavano le attività imprenditoriali, dall’altro i Frank vivevano confinati nell’Alloggio segreto; con loro, altri quattro ebrei.

Nei meandri della casa sul retro

Accediamo all’Alloggio segreto dalla casa sul canale, precisamente dal pianerottolo del secondo piano. Qui, dietro una libreria colma di fascicoli ingialliti, si nasconde una porta bassa. L’attraversiamo e piombiamo nei meandri del rifugio dei Frank.

È lontana la frenesia del Prinsengracht, la vita di città; solo i sussurri hanno diritto di accesso.

Il cuore accelera e il silenzio assorda nel rincorrersi claustrofobico e ombroso di stanze spoglie. Pensieri in trappola, vuoto disarmante.

Nascosti dietro finestre oscurate, gli otto clandestini – con la complicità di quattro impiegati di Frank – ci stettero per più di due anni, senza possibilità alcuna di uscire. Frustrati, fingevano di vivere, camminavano in punta di piedi, parlavano sottovoce, non usavano il bagno durante il giorno; nessuno dei magazzinieri di Frank al piano di sotto doveva sospettare della loro presenza.

Una scala in legno ripidissima ci porta alla cucina-soggiorno, in cui scorgo un lavello in muratura, un grigiore abbruttito di ruggine e ricordi urlanti. Non resta altro. Quando i nazisti – informati da chi, non si scoprì – nel 1944 irruppero nell’alloggio, oltre ad arrestare gli inquilini e due degli impiegati benefattori, sgombrarono il nascondiglio.

Fu Otto Frank, il solo a salvarsi degli otto deportati nei campi di concentramento, a trasformare la casa in museo, nel 1960. Fu lui a volere che le stanze rimanessero prive di mobili e arredi, a figurare il vuoto lasciato da milioni di innocenti, deportati e mai più tornati.

La sola stanza a conservare qualche timido ricordo della cameretta che fu è quella di Anne: sui muri resta un collage sparso di ritagli di giornale e di cartoline di star del cinema, famiglie reali e personaggi vari. Sono immagini in bianco e nero, che Anne incollò sopra la carta da parati ocra, appassite dal tempo e dal buio.

Sogni e segreti nel diario di Anne

Angoscia e tedio, tensioni e speranza, riconoscenza e litigi, accuse e piccole gioie. È un mondo fragile, raccolto in pochi metri quadri, quello dell’Alloggio segreto. Emerge come un limpido quadro dalle pagine del diario che Anne Frank aveva ricevuto in dono dai genitori per il suo tredicesimo compleanno.

Incominciò ad annotarci sopra pensieri sparsi per sfogarsi e distrarsi; la scrittura diventò abitudine e bisogno, poi progetto ben definito. Da diario personale, senza pretese, a racconto di vita maturo.

Dopo il primo diario dalla copertina a quadretti rossi vennero i quaderni e dopo ancora i fogli sciolti che Anne inondò di parole quando le pagine non bastarono più a contenerle. Perché non solo scriveva dei nuovi giorni, ma prese a rielaborare quanto già scritto, in vista di una successiva pubblicazione a guerra finita. Aveva le idee chiare Anne: diventare una giornalista e scrittrice famosa. Lo è senz’altro diventata.

Il diario e i quaderni sono esposti in fondo al percorso di visita nella casa-museo, ultima, somma traccia di un tragico destino. Se ne stanno chiusi nelle loro teche, pazienti, abituati alla prigionia ma aperti al mondo.

Scruto con sorpresa la calligrafia di Anne, inclinata verso destra, dura e decisa, molto diversa da quella che mi sarei aspettata da una ragazzina. Ecco però che in altri passaggi del diario torna fanciullesca, le lettere rotonde, i tratti incerti.

È incredibile la coesistenza sulle stesse pagine di due grafie tanto diverse. Credo stia qui la più chiara testimonianza della complessità psicologica di una bambina diventata adulta troppo in fretta. Sono due Anne a pensare, due Anne a scrivere, due Anne a rimaneggiare.

Il subbuglio, dentro e fuori, rimbalza contro le pareti strette dell’alloggio.

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3 commenti
  1. Rispondi

    Michelangelo

    10/04/2018

    Ci sono stato anche io parecchi anni fa. Conoscevo la storia di Anne Frank per quel poco che mi avevano detto a scuola. Stare in quel posto è stato molto toccante. All’uscita mi sembrava di aver attraversato un mondo parallelo, fuori il rumore, l’allegria e la frenesia di Amsterdam e invece dentro il silenzio, la paura e la speranza di quelle piccole stanze. Consiglio la visita a tutti !

  2. Rispondi

    francivinai

    10/04/2018

    Assolutamente d’accordo, è un’esperienza che lascia il segno. Un giretto qui dentro farebbe bene a molti… 😉

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FRANCESCA VINAI
Italia

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