Dove le Langhe profumano di lavanda

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23/07/2018

L’Alta Langa, nel Basso Piemonte, è un dipinto a pennellate viola, verdi, gialle. Un dipinto un po’ particolare, a dire il vero, da annusare e da ascoltare, oltre che da mangiare con gli occhi. Io, in quest’opera, mi ci sono letteralmente tuffata.

Ho camminato tra filari di lavanda ed elicriso e accarezzato morbide colline sotto un cielo di nuvole in corsa. Ho visitato piccoli capolavori nascosti con la sola compagnia del vento e delle farfalle. Aria pura e libertà.

Ti porto a scoprire quest’angolino semisconosciuto di Piemonte, vieni con me!

In viaggio nell’Alta Langa

Mi trovo nelle Langhe cuneesi, a un tiro di schioppo dall’entroterra ligure. Precisamente, nelle terre dell’Alta Langa che noi piemontesi conosciamo come “Langa povera”: vicina eppure lontana anni luce dalla blasonata Bassa Langa di Alba, Barolo e dintorni, insignita nel 2014 – con Roero e Monferrato – del riconoscimento Unesco per le sue colline ricamate a vigneti.

Eppure anche qui in Alta Langa ci sono colline di terra avorio, solo più alte e più vicine alla brezza del mare.

C’è anche qui tanta bellezza, solo più schiva.

C’è luce che si stempera nel fitto di boschi e noccioleti.

C’è musicalità nell’aria, dettata dal vento.

C’è armonia. La vivo appieno nei dintorni di Sale San Giovanni, paesino abitato da meno di 200 anime. Passeggio poco fuori il suo nucleo medievale, al di là delle mura possenti del suo castello. L’incanto dell’Alta Langa è qui, tessuto sulle colline che circondano il borgo, e viene dal cuore coraggioso di persone che hanno cercato e trovato ricchezza in un terreno arso dal sole.

Il paesaggio in parte è lasciato al governo della natura, in parte addomesticato in distese di Enkir o modellato in filari ordinati di erbe e piante officinali. Un pot-pourri di aromi che si leva soave dai campi in questa assolata giornata d’estate.

Cammino lungo i percorsi agri-panoramici che si snodano tutt’intorno a Sale San Giovanni, inseguendo le coltivazioni di piante officinali ed erbe aromatiche. Le linee morbide delle colline si propagano in un’onda lunga all’ombra delle Alpi.

L’avresti mai immaginato che le colture che ornano e profumano queste terre sono frutto di un’invenzione? Ti spiego tutto alla fine del post! 😉

Tra campi di lavanda ed Enkir

Vedi quanto sono sgargianti i colori? Senti anche tu i profumi?

Effluvi di timo e melissa si spandono nell’aria, tinta d’oro da un campo di elicriso. Ci sono cespugli olivastri di salvia e altri indaco di issopo. E poi, distese ametista di lavanda in fiore, vera regina di Sale San Giovanni tra giugno e luglio.

Sono attratta dalla lavanda come un’ape affamata. Mi avvicino col sorriso negli occhi. Non resisto. Mi addentro in una delle coltivazioni.

I cespugli di lavanda sono ordinati lungo filari tenacemente aggrappati alle colline; ne seguono la pendenza e precipitano come scivoli nel vuoto.

Mentre avanzo nel mezzo di due schiere, scricchiola sotto i piedi la terra, raggrumata in zolle coriacee. Mi spingo fin dove la collina crolla ripida, sopra una macchia di vegetazione smeraldo. Intanto, con la punta delle dita, smuovo i fiori di lavanda: è sufficiente un gesto delicato perché l’inconfondibile aroma salga a solleticarmi il naso.

Intorno a me è tutto un fremere di ali. Le farfalle volano sui fiori violacei, giocano a rincorrersi, si posano in cima agli steli, si nascondono, tornano a volteggiare. Le api ronzano; non le vedo, ma le sento all’opera nel fitto dei cespugli.

E poi c’è il fruscio dell’Enkir che, da profana, scambio per grano. Il vento ne accarezza le spighe e si insinua tra i lunghi steli cangianti, dal verde acido al verde appassito che vira nell’oro. Alla prima folata gli steli si piegano uno dopo l’altro come tessere di un domino, per poi risalire e reclinarsi in senso opposto. Prima un fremito leggero, poi un fragore che mi rapisce come un mare di onde in tempesta. Mi ci trovo dentro, immersa fino alla vita. È una danza ipnotica.

L’arte in campo

Oltre all’incanto del paesaggio, l’Alta Langa mi regala piccole sorprese di arte e devozione. Altri colori, altre emozioni.

Come la cappella di Sant’Anastasia (o di Sant’Anna, come la chiamano i salesi) costruita intorno alla metà dell’anno Mille. Domina i campi dalla sommità di una collina ammantata di giallo ai margini di Sale San Giovanni, sulla strada per Paroldo.

Varcata la piccola porta in legno della cappella, il buio è claustrofobico, l’umidità avvolgente. Me ne dimentico non appena gli occhi conquistano lame di luce nella penombra: colori sgargianti e linee prendono forma in fondo all’abside.

Mi incantano i protagonisti dell’affresco di fine Quattrocento, con al centro la martire romana Sant’Anastasia. Pose ieratiche, lineamenti aggraziati, dettagli curati, contorni netti, colori penetranti tra il rosso, l’ocra e il verde.

Mi stupiscono le scene della Natività – del Trecento o forse anteriori – abbozzate nell’arco che sovrasta l’altare, ambientate sulle colline langarole con tanto di Madonna a letto intenta a cullare Gesù con una mano. Una vera rarità.

La cappella è uno scrigno di bellezza chiamato a fare i conti con il tempo arcigno che erode colore al colore, che sfianca. E che di tanto in tanto regala sorprese. Come il San Sebastiano cinquecentesco tornato alla luce nel 1991 durante i lavori di restauro: a tenerlo nascosto, un dipinto del Settecento rimosso e fissato sulla parete opposta.

Chissà cosa resta da (ri)scoprire, sotto strati di calce. E di secoli. Così anche nella Pieve di San Giovanni Battista, eretta pochi anni dopo Sant’Anastasia e oggi adiacente al cimitero di Sale San Giovanni.

Se l’esterno, animato dal solo frinire delle cicale, non mi attrae, l’interno mi conquista all’istante. Austero e solenne. Una meraviglia di architettura lombardo-romanica in pietra e legno che racconta pagine sovrapposte di arte e spiritualità, fra Duecento e Seicento.

L’invenzione della lavanda in Langa

A differenza dei tesori artistici, le colture officinali di Sale San Giovanni non poggiano su secoli di storia, ma su una brillante intuizione “dell’altro ieri”. Non sono figlie di un’antica tradizione, ma il frutto di un’idea recente per dare nuova linfa a queste terre.

Quando il signor Bruno me lo spiega – voce bassa e passo svelto – rimango di stucco. Mi sembra impossibile che fino a trent’anni fa qui non ci fosse nulla se non campi incolti e colline desolate: il richiamo delle industrie di Savona e Torino negli anni Sessanta e Settanta si era fatto irresistibile, i contadini erano diventati operai e i campi di Sale San Giovanni terra di nessuno.

Fino alla svolta. Alcuni figli di quegli ex contadini decidono di tornare alla terra e di farlo in maniera inedita, abbandonando le colture tradizionali della zona che troppe difficoltà avevano riservato ai padri.

Su consiglio di un esperto scelgono le piante aromatiche e officinali, che ben si adattano ai terreni aridi, privi di ristagni d’acqua, per di più sanati da trattamenti fitosanitari perché incolti da decenni. Condizione ideale per avviare coltivazioni destinate principalmente agli oli essenziali, con metodo biologico e biodinamico a tutela dell’ecosistema e nel pieno rispetto dei cicli vitali.

Anche i campi di spighe mossi dal vento hanno trovato terreno ideale su queste colline. Si direbbe grano, ma è Enkir, una specie di farro che viene da molto lontano.

L’introduzione dell’Enkir nasce dalla riscoperta di un antichissimo cereale addomesticato millenni fa in Mesopotamia, dove diventò l’avo dei cereali giunti fino ai giorni nostri. Coltivato con metodo biologico, l’Enkir ha trovato una seconda vita in Alta Langa.

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Tu conoscevi già le colline dell’Alta Langa? Ti è venuta voglia di andarci? Se ti è piaciuto passeggiarci con me, commenta qui sotto e condividi questo post!

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FRANCESCA VINAI
Italia

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