Nelle viscere del Cerro Rico: le miniere di Potosí

Avventura Bolivia
online da
16/04/2018

C’è un prima, c’è un dopo e in mezzo c’è la discesa nelle miniere d’argento. Prima parlavo d’argento e pensavo al sobrio luccichio di un servizio da tè, al ciondolo col cuore che avevo da bambina. Pensavo a cose belle.

Dopo essere stata in una delle miniere di Potosí, in Bolivia, parlo d’argento e penso alla fatica, al buio, all’aria irrespirabile dentro cunicoli angusti. Passare una manciata di ore là dentro è un’esperienza dura e spigolosa, ai limiti della tollerabilità.

Molto rischio, poco azzardo

“Entrerai in una miniera in attività, luogo pericoloso non solo per chi ci lavora ma anche per chi lo visita. Con le nostre guide, esperti ex minatori, ci impegneremo a garantire la tua sicurezza ma non ci assumeremo responsabilità in caso di incidenti o morte”.

Recita più o meno così la dichiarazione che ci chiede di firmare l’agenzia che io e Livio abbiamo scelto per il tour, un’agenzia locale gestita da ex minatori nel cuore di Potosí.

Vada per il rischio, sì, ma senza eccessi. “Scoppi di dinamite in programma?” chiedo, pensando ai turisti morti per aver assistito a dimostrazioni azzardate. “Niente dinamite”, mi assicura Pedro, l’ex minatore che ci guiderà nelle profondità del Cerro Rico: percorreremo solo gallerie picconate a mano. Va bene, partiamo.

È primo pomeriggio quando saliamo con Pedro su un vecchio minibus malconcio, che un silenzioso autista conduce nel traffico del centro città. A poco a poco le auto si diradano, le strade si fanno sconnesse e polverose.

Siamo vicini alle pendici della montagna che domina dall’alto Potosí. Vicini al Cerro Rico, la “montagna ricca”, come la soprannominarono i colonizzatori spagnoli, dopo che vi scoprirono giacimenti d’argento di proporzioni straordinarie (se volete conoscere meglio Potosí e la sua storia di gloria e sangue, andate al fotoracconto Potosí, polvere d’argento sulle Ande).

I preparativi

Attraversiamo con il minibus una via deserta, fiancheggiata da una schiera di scialbi edifici in mattoni. Ecco un minuscolo negozio affollato di bibite, caschi protettivi, guanti, dinamite; non ha porte, solo una finestra da cui i minatori – ci spiega Pedro – fanno acquisti ogni giorno prima di entrare in miniera.

Saliamo su per un’ampia strada asfaltata che, quando mi volto per un istante, vedo gettarsi in discesa libera sui quartieri bassi e centrali della città. Qualche cane avanza stanco, non passano macchine.

L’atmosfera è sonnacchiosa e ben si addice ad una strada di periferia che pare segnare il confine tra il “mondo di sopra”, incerto se uscire o meno allo scoperto, e quello sotterraneo, che appartiene ai minatori. È un ultimo avamposto che ci prepara all’avventura nelle viscere del Cerro Rico.

sulla-strada-per-le-miniere

Ci prepariamo anche nell’equipaggiamento. Il pulmino ci porta davanti ad una porta in ferro arrugginito; Pedro bussa una volta, poi un’altra. Sono curiosa. Ad aprirci due bambini che ci fanno strada in un piccolo cortile interno di terra battuta. I suoi nipoti, ci dice. C’è il bucato steso, ma manca il buon profumo degli abiti appena lavati.

Attraversiamo il cortile ed entriamo nella penombra di una stanza fredda e spoglia, che funge da “sala di cambio” per i visitatori delle miniere: ci sono file di vecchi camicioni, pantaloni e pesanti giacconi appesi al muro, e poi stivali in gomma di varie misure e caschi protettivi con luce frontale.

Pedro sceglie per me i capi e io li indosso sopra i miei, senza curarmi troppo del loro stato. Casco sul capo, mascherina  a portata di mano, riempio uno zainetto in tela ruvida di bibite e foglie di coca per i minatori. Ma servirà anche a me la coca (nessuno scandalo, tra poco scoprirete il perché).

All’ingresso della miniera

Tornati sul minibus, iniziamo la scalata al Cerro Rico.

Ci lasciamo alle spalle le ombre delle ultime costruzioni e la strada asfaltata si interrompe. Proseguiamo lungo un percorso dissestato, che si aggrappa ai crinali della montagna in un susseguirsi di curve a gomito.

Ci fermiamo quando manca qualche centinaio di metri alla cima. Da quassù abbracciamo tutta Potosí, un concentrato di mattoni e terra rossa, screziato di avorio e ocra. Poco sotto di noi, il cemento e le lamiere degli ingenios, le fonderie che raffinano l’argento grezzo, dove gli odori acri si mescolano al baccano assordante delle macchine in azione.

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Ben oltre i 4.000 metri di altitudine l’aria è rarefatta, la testa pesante. Un vento secco e gelido ci scuote. Con fatica ci arrampichiamo a piedi su per un ultimo tratto ed eccoci di fronte all’ingresso di una delle centinaia di miniere del Cerro Rico. Le miniere d’argento che nel Sei e Settecento fecero grande Potosí, con il sacrificio di milioni di vite umane. Le miniere oggi gestite da cooperative in cui lavorano all’incirca 5.000 persone.

L’antro oscuro si incunea nel ventre della montagna e io mi ci infilo, testa bassa. Mi bastano pochi passi per capire che non sono preparata a quest’esperienza. Preparata alle condizioni disumane in cui lavorano i mineros, agli sguardi grondanti di stanchezza e fierezza. Ai passaggi bassi e stretti, alle sottili passerelle in legno sospese nel vuoto, alle scale a pioli da salire con l’impaccio di un giaccone troppo grande per me. All’aria che manca. Al buio claustrofobico.

Eppure è una delle avventure più incredibili da vivere in Bolivia, unica quanto il 4×4 nel deserto di sale ai margini di Uyuni (di cui ho raccontato qui: Salar de Uyuni: esagoni di sale, cactus e vento).

miniere-sul-cerro-rico

Nei cunicoli dei minatori

Un passo nella miniera e ci inghiottono le tenebre. Il tunnel è angusto. Lo rischiara il fascio di luce dei nostri caschi, che si riflette nei baluginii argentei delle pareti scavate a mano.

Al fondo di una nicchia salutiamo la statua di El Tio, “Lo Zio”, l’oscuro demone che i minatori, credendolo proprietario dell’argento che estraggono, cercano di ingraziarsi con offerte di coca, sigarette e bibite. È avvolto da stelle filanti colorate, tocco carnascialesco che m’infonde inquietudine.

Ho l’impressione che, nell’oscuro mondo sotterraneo, la fede cristiana non abbia accesso. Fuori, le Chiese, le Messe, i Santi; dentro, le antichissime credenze quechua. Come quella secondo cui le donne sarebbero portatrici di sventura in miniera: in loro presenza Pachamama, la “Madre Terra”, potrebbe ingelosirsi. Sono a disagio.

Attraversiamo corridoi di roccia viva e varchi sostenuti da armature in legno. Alcuni sufficientemente ampi, altri così bassi da costringerci ad avanzare con la schiena china. A volte in discesa, a volte in salita. Qua e là, squarci spaventosi nel vuoto – ci sono altre gallerie sotto di noi – e un asse in legno per attraversarli.

Sento un rumore avvicinarsi, ma non riesco ad indentificarlo. Pedro ci fa segno di scansarci alla svelta ed ecco sbucare dalla notte un minatore intento a trasportare rocce e detriti su di una carriola. Si ferma e scambia qualche parola, incomprensibile, con Pedro. È quechua, ci spiega, l’antica lingua degli Inca. Poi ci sfida a sollevare la carriola per testare la forza dei mineros; io non la smuovo neppure di un centimetro.

Un altro minatore è all’opera con piccone e martello su una parete di roccia. Non ha guanti né altra protezione, nessuna se non l’orgoglio di fare questo mestiere. Sorride quando gli offriamo aranciata e foglie di coca.

minatori-al-lavoro

Tra chiacchiere e coca

Arriva un passaggio particolarmente impervio. Prima la scala a pioli, poi la strettoia in salita dentro cui strisciare. Finché lo zainetto non mi resta impigliato. Attimo di panico nella penombra polverosa. Torno indietro di qualche centimetro. Riparto, ma il fiato corto mi rallenta. Finita l’arrampicata, scopro di aver raggiunto un ampio vano; dopo i cunicoli attraversati, mi pare la sala di una reggia.

È tempo di riprendere le energie. È tempo di masticare coca. Ci accasciamo a terra e tiriamo fuori dallo zaino le foglioline essiccate che, in bocca, sprigionano un sapore delicato ma pungente di tè verde.

foglie-di-coca

Non scandalizzatevi: non è cocaina. La droga nasce da un trattamento chimico delle foglie di coca, che prevede l’aggiunta di svariati veleni. La coca di per sé è altro, è una pianta sacra per i locali, utilizzata già in epoca pre-incaica: tenere le foglioline in bocca, a macerare tra guance e gengive, è un toccasana contro la fatica e la fame.

Per questo i minatori ancor oggi ne fanno un gran uso. E bevono alcol. Non hanno altro per sopravvivere alle tenebre. Tanto più che sanno bene a quale destino vanno incontro: dopo 10-15 anni trascorsi nel pulviscolo roccioso del Cerro Rico, insorgono le malattie polmonari. Eppure il lavoro in miniera costituisce l’unica fonte di (piccolo) guadagno per i meno abbienti, che cullano il sogno di scoprire, un giorno, una vena ricchissima d’argento.

Le difficoltà per i mineros – ci spiega Pedro, infervorato – sono legate al governo Morales, a suo dire una dittatura sotto mentite spoglie, che non ha saputo tener fede alle promesse, come quella di costruire un ospedale per i minatori di Potosí.

Eppure Evo Morales, primo Presidente indigeno della Repubblica boliviana, conserva l’appoggio delle cooperative minerarie. Corruzione? Clima di terrore? Non mi è dato scoprirlo.

***

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7 commenti
  1. Rispondi

    Lucy

    16/04/2018

    Racconto stupendo! Sono stata in una miniera guidata da ex minatori, ma non c’erano tutti questi dettagli suggestivi. Belle anche le foto, mi hai fatta viaggiare 🙂

    • Rispondi

      francivinai

      16/04/2018

      Grazie Lucy, ne sono davvero felice! 🤗😉

  2. Rispondi

    annamaria roero

    18/04/2018

    Che avventura incredibile!
    Bravissima 👍🏻sei riuscita, come sempre, a far vivere anche a me la tua esperienza!
    Molto belle le foto👏🏻👏🏻👏🏻

    • Rispondi

      francivinai

      18/04/2018

      Grazieeee! È stata un’esperienza fuori dal comune… 😄

  3. Rispondi

    Sara

    19/04/2018

    Brava!!!!! 😘

    • Rispondi

      francivinai

      19/04/2018

      Grazie!!! 🤩

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FRANCESCA VINAI
Italia

Ciao! Dietro Takeanyway ci sono io: viaggiatrice, giornalista e creativa. Su questo travel blog non trovate consigli pratici o recensioni, ma emozioni. Trovate scorci, sguardi, percorsi e pensieri in giro per il mondo. Viaggio per abbattere frontiere, per scoprire in punta di piedi luoghi e popoli vicini e lontani e raccontarveli qui. Lasciatevi ispirare e fate buon viaggio!

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